Dopo il terribile stupro delle scorse settimane ai danni di una ragazza, all'uscita di una discoteca, i tre responsabili hanno ripreso servizio nel loro reggimento e 'pattuglieranno' le strade de L'Aquila. Ecco il comunicato del Comitato 3e32.
Ieri i tre caporali del 33esimo reggimento
Acqui indagati per lo stupro di Pizzoli sono rientrati in servizio dopo un breve
congedo nel giorno in cui lo stesso reggimento ha preso il posto degli Alpini
nei servizi di pattugliamento del centro storico nell’ambito dell’operazione
“Strade Sicure”.
Ci sembra il minimo quindi chiedere al 33esimo Reggimento
Artiglieria Acqui e alle istituzioni competenti che i tre caporali indagati per
il violentissimo stupro vengano
immediatamente sospesi dal servizio in via precauzionale e che di
questo venga reso nota pubblicamente.
Vogliamo la certezza di non trovare
questi indagati per stupro a svolgere un qualche ruolo di tutori dell’ordine
nell’ambito di un’operazione chiamata “strade sicure”.
In caso contrario non
ci verrebbe più data la possibilità di fare distinzioni.
Abbiamo sempre
criticato la militarizzazione della nostra città come abbiamo sempre detto che
il garantismo per noi è un valore.
Questo però non è garantismo, è omertà
complice degli stupri e della cultura della sopraffazione che li sottende. Non
possiamo stare a guardare.
Comitato 3e32
mercoledì 22 febbraio 2012
venerdì 10 febbraio 2012
Revolution box
REVOLUTION BOX: La Rivoluzione che le donne vogliono!
http://www.donnatv.it/tv/mooffanka/?tool=tvp&fullScreen=1
di Lucilla Salerno & Nadia Angelucci
http://www.donnatv.it/tv/mooffanka/?tool=tvp&fullScreen=1
mercoledì 8 febbraio 2012
ARGENTINA: Dopo la “notte neoliberale”, il cambiamento
Dieci anni fa in Argentina infuriavano disoccupazione, fallimenti, disperazione: il tramonto dell’illusione della ricchezza facile lasciava rovine e morti sul terreno. Le protestedel 19 e 20 dicembre 2001, nelle quali persero la vita 40 manifestanti, chiusero tragicamente un ciclo di recessioni, indebitamento pubblico e caduta libera del PIL, sfociato nella salita verticale degli indici di povertà e nell’ultimo, disperato tentativo di frenare il tracollo con il blocco dei conti correnti (il cosiddetto “corrallito”), che impediva ai cittadini di accedere ai propri risparmi.Il dramma di quelle giornate segnò la fine della lunga notte neoliberale vissuta dal Paese che tre anni prima il Direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Camdessus, aveva definito “un esempio da seguire” per la sua diligenza nel recepire le ricette di quella istituzione finanziaria e per avere smantellato le politiche sociali e le più importanti aziende pubbliche costruite negli anni della crescita economica.
Per demolire le conquiste sociali argentine c’erano voluti alcuni decenni, attraversati anche da feroci dittature militari. Alcuni analisti sostengono che il processo di dismissione del welfare si possa far risalire al colpo di Stato del 1955 contro Juan Domingo Perón, ma più specificamente e sistematicamente l’offensiva “neoliberale” iniziò con il golpe del 1976 e successivamente si sviluppò con i governi democratico-liberisti, che adottarono le politiche suggerite dagli USA e dal Fondo Monetario Internazionale. In questo lungo periodo crebbe a dismisura l’indebitamento con Stati ed istituzioni straniere e, per guadagnare il consenso dei settori economici, fu acquisito il debito di molte imprese private. Contemporaneamente, si incominciò a favorire l’acquisto di prodotti fabbricati all’estero ed a demolire il buon tessuto industriale creato nel periodo peronista. L’aumento esponenziale delle importazioni alimentò la fuoriuscita di capitali verso l’estero e favorì la deindustrializzazione, facendo lievitare il debito pubblico e la disoccupazione.L’Argentina bruciava o svendeva i suoi beni pubblici, passando dall’essere la decima potenza economica mondiale, il granaio capace di accogliere milioni di migranti in fuga da guerre e carestie, a Paese con indicatori economici e sociali da Terzo mondo: il 52% della popolazione sotto la soglia di povertà, il 71% di denutrizione infantile, il più alto debito pubblico pro-capite del pianeta, la classe media colpita duramente dalla crisi. Negli anni tra il 1998 e il 2002 gli aeroporti e i consolati stranieri si riempirono di giovani che volevano emigrare, Questo era, dieci anni fa, l’esito dell’ubriacatura liberista.
Il Paese, però, seppe infine imboccare una coraggiosa via d’uscita: nella fase di transizione venne azzerato il pagamento del debito e fu rotta la convertibilità tra il peso (la moneta nazionale) e il dollaro, che era stata fissata 1 a 1 da una legge del 1991. I passi successivi furono altrettanto decisivi, con la svalutazione della moneta e gli accordi di ristrutturazione del debito in quantità e in tempi di restituzione che permisero una riattivazione economica interna e un risparmio di denaro che altrimenti sarebbe andato alle banche straniere creditrici. A queste scelte politiche si deve la vittoria dell’esponente della sinistra peronista Néstor Kirchner nelle elezioni presidenziali del 2003 e di sua moglie Cristina Fernández nel 2007 e nel 2011[1]. Da allora, per nove anni, il Paese è cresciuto di circa il 94%, la più alta crescita di tutto l’emisfero occidentale, con un ritmo tra il 7 e il 10% annuo (escluso il 2009): è stata avvìata una redistribuzione della ricchezza verso le fasce più deboli della popolazione e gli indici di povertà, indigenza e disoccupazione sono stati portati sotto il 10%.
Il ‘caso’ argentino è particolarmente interessante perché la rapida uscita dalla crisi è stata possibile grazie ad una ferma riorganizzazione economica ed alla decisione di non pagare percentuali importanti di debito pubblico. Senza chiedere l’aiuto delle istituzioni finanziarie internazionali e senza ricorrere alle classiche politiche liberiste per ad attirare i capitali stranieri. Il Paese è stato salvato opponendosi alle richieste di “aggiustamenti” fiscali e di non stanziare fondi per spese di carattere sociale, (considerate dai liberisti una dispersione “inutile” di risorse pubbliche). I risultati sono stati positivi.
La sociologa Norma Giarranca, l’economista Julio Gambino, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglizpropongono una lettura dell’attuale crisi europea alla luce di quanto accaduto in Argentina e sottolineano i guasti provocati dalle “ricette” che il FMI e la Banca Centrale Europea propongono (impongono) ancora ai Paesi in difficoltà. Certo, l’Argentina è ricca di prodotti naturali esportabili e dispone di grandi estensioni di terreni coltivabili (a differenza della Spagna, del Portogallo, dell’ Irlanda e dell’ Italia); tuttavia, l’inflazione è ancora alta. Come recentemente ha rilevato l’economista Miguel Bonasso, “la crescita non coincide con lo sviluppo”, dato che è dovuta alle esportazioni delle commodities (soprattutto di soia e mais), il cui modello produttivo impoverisce presto i suoli, limita la diversificazione agroindustriale e favorisce la concentrazione di latifondi privati. L’attuale sistema economico non può evitare la marginalizzazione di una buona parte della popolazione, né il “clientelismo politico” e, in un futuro non lontano, si manifesteranno nuove, acute tensioni sociali. Ma non si deve dimenticare che nel corso dell’ultimo decennio si è verificato un grande e positivo cambiamento: il Paese, oggi, svolge un’importante ruolo politico a livello continentale (e non solo) [2] e la sua straordinaria crescita ha aperto nuove opportunità. Interessante è uno studio del CEPR (Center for economic and policy research) [3], effettuato da Mark Weisbrot, Rebecca Ray, Juan A. Montecino, Sara Kozameh e terminato nel 2011, che, attraverso un’approfondita analisi degli indicatori economici e sociali, perviene alla conclusione che i miglioramenti degli indici macroeconomici, sociali e sanitari argentini sono reali e notevoli, come anche gli investimenti in politiche sociali e gli interventi redistributivi. E paragona la situazione dei paesi Europei in difficoltà con quella dell’Argentina, rilevando che il cammino intrapreso da quest’ultima, rifiutando di pagare una parte consistente del debito per liberare risorse a favore della spesa pubblica, dovrebbe essere preso in considerazione come una opzione possibile anche nel nostro vecchio continente.
[2] Come l’aver bloccato, insieme agli altri Stati latinoamericani, in particolare Brasile e Venezuela, l’avvìo del mercato comune con gli USA, l’ALCA, chiesto da Bush, nel corso del vertice di Mar de la Plata(2005) e sviluppato politiche di apertura verso nuovi acquirenti internazionali, come la Cina, e di integrazione continentale, come la recenta nascita del CELAC (Comunidad de Estados de Latinoamérica y el Caribe) del 2 dicembre 2011.
[3] Il CEPR ha sede a Washington e riunisce studiosi di diversi Paesi. Il documento sull’Argentina è stato tradotto in spagnolo a dicembre e non è disponibile in italiano.
[1] Vedi Cassandra numero 4 del 2011, “Avanti verso il cambiamento” di Gianni Tarquini.
Recensione su Le Monde Diplomatique di settembre 2011
Teologia della Liberazione.
Lo scontro con Wojtyla e Ratzinger Diego Facundo Sánchez
Datanews, 2011, 12 euro
Benedetto XVI ha annunciato a Madrid che la prossima Giornata Mondiale della Gioventù si svolgerà in Brasile, a Rio de Janeiro (18-23 luglio 2013). I Gesuiti della «Humanitas Unisinos», hanno reso noto immediatamente che un anno prima (dall’8 all’11 ottobre 2012) ospiteranno un Congresso per celebrare i 50 anni della convocazione del Concilio Vaticano II e i 40 anni di pubblicazione del libro di Gustavo Gutiérrez «Una teologia della liberazione».A pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si indovina e, anche se Moisés Sbardelotto, a nome dei Gesuiti dell’Istituto «Humanitas Unisinos», smentisce una qualsiasi correlazione tra i due eventi, la consequenzialità di questi due annunci racconta una storia più lunga e complessa: quella della Teologia della Liberazione (TdL) e dei suoi controversi rapporti con la Chiesa romana; quella della Compagnia di Gesù e dello scontro con Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger, da lui ordinato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.Questi temi sono al centro del libro di Diego Facundo Sánchez Teologia della Liberazione. Lo scontro con Wojtyla e Ratzinger. Trent’anni, argentino, professore di Storia nell’Università di Mar de la Plata e professore di Teologia, ha realizzato nel 2009 un lavoro di ricerca, ora pubblicato in italiano da Datanews, che si interroga sui percorsi e l’attualità della TdL e sulla salute di una corrente spirituale che nasce nella periferia, in un orizzonte politico e sociale segnato da ingiustizia e oppressione, che si trasforma attraverso una produzione culturale e teologica fino a divenire il riferimento degli «oppressi», e che ha subito, negli anni ’80 e ’90, accuse di subordinazione al marxismo e un processo di restaurazione.Nel volume, composto da tre parti che seguono cronologicamente la nascita, il cammino e l’opposizione a questa corrente teologica, vengono analizzati i suoi antecedenti storici nel Concilio Vaticano II, l’elaborazione di una teoria e di una prassi, le strategie messe in atto dalle gerarchie romane per ristabilire il controllo e, nell’ultima parte, la resistenza e le prospettive future. La ricerca è arricchita da moltissime note e riferimenti bibliografici, oltre che da due allegati che riprendono le opzioni di fondo del Concilio Vaticano II e, assai interessante, i legami di Giovanni Paolo II con l’Opus Dei.Oggi possiamo dire che la «preoccupazione» della conservatrice curia romana nei confronti della TdL non era poi così infondata. Per secoli il Vaticano ha legittimato e vissuto insieme, quietamente e confidenzialmente, ai poteri dominanti. La TdL ha chiamato la Chiesa a cambiare il suo «luogo sociale» con una proposta universale di trasformazione radicale della società e con un’opzione prioritaria a favore dei poveri. Nell’ultimo decennio l’America Latina, pur tra grandi resistenze e inevitabili contraddizioni, è stata protagonista di un mutamento epocale di cui la TdL è uno dei principi dinamici ed è innegabile che, ciò che la Chiesa ha a lungo considerato «un’eresia», abbia contribuito alla costruzione di un’idea di società capace di produrre ‘liberazione’.
Un libro che consiglio. La recensione l'ho scritta in ottobre per Le Monde Diplomatique
Fuorilegge ma onesti
Quasi un
noir che alla fine però non ti lascia
l’amaro in bocca ma una gran voglia di ricominciare daccapo e immergerti
nuovamente in tre esistenze che sono tre capolavori. Scritto in maniera
straordinaria da Marco Cicala, con fotografie di Danilo De Marco e ritratti di
Altan, questo prezioso volumetto racconta le vite del poeta, del rivoluzionario
e del falsario. Al secolo Armand Gatti, Diego Camacho, Lucio Urtubia. Tre
anarchici, figli del secolo scorso e delle grandi battaglie per la libertà che
l’hanno caratterizzato. Tre uomini profondamente diversi tra loro con in comune
la fedeltà alla propria identità.
Armand Gatti,
il poeta condannato a morte e graziato, intimo di Simone De Beauvoir che gli
diceva: “Sei un anarchico, dunque un reazionario”, irriducibile tanto da
dichiarare “Ormai non può più esserci né
destra né sinistra: solo anarchia. Le rivoluzioni? (…)Lasciamole fare ai
pianeti”.
Diego
Camacho, alias Abel Paz, il rivoluzionario che partecipò alla resistenza del
luglio ’36 a Barcellona, teorico della ‘barricata’ come creatrice di un nuovo
spazio urbano, come “atto costituente ed identitario”.
Lucio
Urtubia, il falsario, disertore, muratore, autore di una delle più riuscite
truffe ai danni della First National City Bank. Finirà in carcere ma riuscirà a
venirne fuori consegnando, dietro pagamento della stessa banca, le matrici dei falsi
traveller’s cheques; tutto il denaro
frutto di questa operazione verrà utilizzato per sovvenzionare la causa
anarchica.
Per fare il
verso a Bob Dylan, la cui citazione appare all’inizio del libro, tre vite fuori
dalla legge ma profondamente oneste.
Marco Cicala
Tre anarchici: il poeta, il rivoluzionario, il falsario
A cura di Danilo De Marco
Disegni di Tullio Altan, fotografie
di Danilo De Marco
Forum, 2011
La cura dei figli non è un diritto
Sentenza del Tribunale di Civitavecchia sul ricorso di una lavoratrice CAI
L’articolo 18 non è un tabù, dice il Presidente del Consiglio. Meno che
mai lo è la legge 151 sulla maternità nella parte in cui (art. 53)
stabilisce che è vietato “adibire le donne al lavoro, dalle ore 24 alle
ore 6, dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di
un anno di età del bambino” e che “non sono obbligati a prestare lavoro
notturno: a) la lavoratrice madre di un figlio di età inferiore a tre
anni o, in alternativa, il lavoratore padre convivente con la stessa; b)
la lavoratrice o il lavoratore che sia l'unico genitore affidatario di
un figlio convivente di età inferiore a dodici anni.”
Il Tribunale di Civitavecchia infatti ha dato torto a Sabrina Vidotto, una lavoratrice della CAI (ex Alitalia) che aveva fatto ricorso contro l’azienda perché non le veniva riconosciuto l’esonero al lavoro notturno.
Torniamo quindi alla vicenda delle lavoratrici madri della CAI a cui non viene riconosciuto il diritto all’esonero dal lavoro notturno, (vedi qui) così come previsto dalla legge sulla maternità, in seguito alla firma di una lettera di assunzione, nel momento del passaggio da Alitalia a CAI, che contiene una clausola, diretta a quei lavoratori e lavoratrici che avrebbero potuto usufruire dell’articolo 53 della legge 151 sulla maternità e cioè l’esonero dal lavoro notturno, in cui lo stesso lavoratore rinunciava a questo diritto. Come ci aveva raccontato una lavoratrice qualche mese fa “al momento della firma della lettera di assunzione non c’era con noi né un sindacalista né un rappresentante dei lavoratori. Accanto alla lettera di assunzione c’era un altro documento che spiegava che, nel caso in cui non avessi firmato, avrei perso anche il diritto alla cassa integrazione”.
Quello di Vidotto è il primo ricorso ordinario rivolto alla Procura di Civitavecchia ed entra quindi nel merito della questione dando torto alla lavoratrice ricorrente sulla base di una interpretazione che pone un contratto di lavoro gerarchicamente superiore alla legislazione vigente nella nostra Repubblica.
In particolare il Tribunale ha stabilito che, nel momento in cui la lavoratrice ha firmato il nuovo contratto (abbiamo descritto in quali condizioni) “ha espressamente e liberamente manifestato ‘la propria disponibilità ad effettuare la prestazione lavorativa su turni di lavoro che comportino avvicendamenti sull’intero arco della giornata lavorativa, ivi compresi eventuali pernottamenti’” rinunciando quindi ad usufruire della possibilità di esonero dal lavoro notturno così come previsto dalla legge 151, tuttora vigente. E la sentenza prosegue rilevando che nel caso in cui si ritenesse “necessario l’assenso del lavoratore per ogni singola prestazione notturna, significherebbe imporre alla società datrice oneri organizzativi particolarmente complessi e onerosi, difficilmente conciliabili con la garanzia costituzionale della libertà di iniziativa economica privata”.
Un’interpretazione che lascia di sasso secondo la quale la Costituzione italiana garantirebbe la libertà di iniziativa economica privata e la collocherebbe al di sopra dei diritti delle persone.
E mentre Vidotto annuncia di voler ricorrere in appello, CAI continua a usare due pesi e due misure. C’è chi viene esonerato dai turni di notte perché richiede ‘personalmente’ ai capi servizio ‘l’attenzione gestionale’ e chi non ci sta a far passare un diritto come una concessione e si rifiuta di fare una richiesta personale.
Il Tribunale di Civitavecchia infatti ha dato torto a Sabrina Vidotto, una lavoratrice della CAI (ex Alitalia) che aveva fatto ricorso contro l’azienda perché non le veniva riconosciuto l’esonero al lavoro notturno.
Torniamo quindi alla vicenda delle lavoratrici madri della CAI a cui non viene riconosciuto il diritto all’esonero dal lavoro notturno, (vedi qui) così come previsto dalla legge sulla maternità, in seguito alla firma di una lettera di assunzione, nel momento del passaggio da Alitalia a CAI, che contiene una clausola, diretta a quei lavoratori e lavoratrici che avrebbero potuto usufruire dell’articolo 53 della legge 151 sulla maternità e cioè l’esonero dal lavoro notturno, in cui lo stesso lavoratore rinunciava a questo diritto. Come ci aveva raccontato una lavoratrice qualche mese fa “al momento della firma della lettera di assunzione non c’era con noi né un sindacalista né un rappresentante dei lavoratori. Accanto alla lettera di assunzione c’era un altro documento che spiegava che, nel caso in cui non avessi firmato, avrei perso anche il diritto alla cassa integrazione”.
Quello di Vidotto è il primo ricorso ordinario rivolto alla Procura di Civitavecchia ed entra quindi nel merito della questione dando torto alla lavoratrice ricorrente sulla base di una interpretazione che pone un contratto di lavoro gerarchicamente superiore alla legislazione vigente nella nostra Repubblica.
In particolare il Tribunale ha stabilito che, nel momento in cui la lavoratrice ha firmato il nuovo contratto (abbiamo descritto in quali condizioni) “ha espressamente e liberamente manifestato ‘la propria disponibilità ad effettuare la prestazione lavorativa su turni di lavoro che comportino avvicendamenti sull’intero arco della giornata lavorativa, ivi compresi eventuali pernottamenti’” rinunciando quindi ad usufruire della possibilità di esonero dal lavoro notturno così come previsto dalla legge 151, tuttora vigente. E la sentenza prosegue rilevando che nel caso in cui si ritenesse “necessario l’assenso del lavoratore per ogni singola prestazione notturna, significherebbe imporre alla società datrice oneri organizzativi particolarmente complessi e onerosi, difficilmente conciliabili con la garanzia costituzionale della libertà di iniziativa economica privata”.
Un’interpretazione che lascia di sasso secondo la quale la Costituzione italiana garantirebbe la libertà di iniziativa economica privata e la collocherebbe al di sopra dei diritti delle persone.
E mentre Vidotto annuncia di voler ricorrere in appello, CAI continua a usare due pesi e due misure. C’è chi viene esonerato dai turni di notte perché richiede ‘personalmente’ ai capi servizio ‘l’attenzione gestionale’ e chi non ci sta a far passare un diritto come una concessione e si rifiuta di fare una richiesta personale.
(27 Gennaio 2012)
Teresa Aristizabal. Ruta Pacifica de las Mujeres
Abbiamo incontrato Teresa Aristizabal della Ruta Pacifica de las Mujeres, e ci siamo fatte raccontare cosa accade in Colombia, quale è la situazione delle donne e cosa le stesse chiedono alla politica
In
Colombia un conflitto che dura da 50 anni. All'origine di tutto la
gigantesca disparità sociale. Alla base gli scontri tra Esercito,
milizie paramilitari (le Autodifese Unite della Colombia - AUC) e gruppi
armati di opposizione, le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de
Colombia) e l' ELN (Ejercito de Liberacion Nacional). In mezzo la
popolazione civile e quanti vorrebbero fare politica, sindacato,
informazione, solidarietà. E le donne. Secondo quanto denunciato dalla
ONG OXFAM l'omicidio di donne e la violenza sessuale sono in spaventoso
aumento. In uno studio recente i noti dati: “489.687 donne hanno subito
violenza sessuale dal 2001 al 2009, per una media di 6 donne ogni ora”, e
più dell’80% degli stupri sono imputabili all'Esercito o ai
paramilitari. Abbiamo incontrato Teresa Aristizabal della Ruta Pacifica
de las Mujeres, e ci siamo fatte raccontare cosa accade in Colombia,
quale è la situazione delle donne e cosa le stesse chiedono alla
politica.
Che cosa è la Ruta Pacifica de las Mujeres?
La Ruta Pacifica de las Mujeres è un’organizzazione, che conta attualmente 4000 donne, e che nasce in Colombia nel 1996 con lo scopo di mettere in relazione le donne colombiane e far conoscere al mondo la situazione di violenza che si vive quotidianamente nel nostro paese, in particolare nei confronti del genere femminile. Una violenza che si manifesta nello spostamento forzato delle popolazioni, nella violenza sessuale, nell’omicidio e la sparizione di donne e delle loro famiglie, nel reclutamento forzato di bambini e bambine. La Ruta è inizialmente frutto della solidarietà delle donne e dopo qualche anno si avvicina alle Donne in Nero per poter raccontare al mondo quello che succede alle colombiane strette in un conflitto che dura da più di cinquanta anni. La nostra proposta politica è quella di poter partecipare ai tavoli di negoziazione con gli attori armati di questo conflitto; la nostra parola d’ordine è “senza la voce delle donne la verità sulla guerra non sarà mai completa”.
Quale è attualmente la situazione politica?
L’attuale Presidente, Juan Manuel Santos, per quanto cerchi di distanziarsi da Uribe è il suo erede politico. Parla molto di riforme ma la realtà è che sta offrendo il paese a potenze straniere, ad esempio firmando il Trattato di Libero Commercio con gli USA. Non rappresenta per noi una alternativa perché continua a sostenere un’ideologia militarista, guerresca, di violenza permanente che non fa altro che continuare a spogliare il nostro paese delle sue ricchezze economiche, culturali e politiche.
Quali sono le proposte politiche de la Ruta Pacifica de las Mujeres per la risoluzione del conflitto?
Ci siamo concentrate inizialmente in un lavoro di appoggio e solidarietà alle donne e alle comunità in cui il conflitto era più forte; aree geografiche come Putumayo, Antioquia, Medellin, Cauca, Nariño. Da otto anni ci siamo accorte che accanto al lavoro di solidarietà era necessario esercitare una pressione politica per l’attuazione di leggi contro la violenza. Nel 2008, grazie al lavoro nostro e di altre organizzazioni femminili, siamo riuscite ad ottenere due leggi: la legge 1257/2008 che stabilisce norme di sensibilizzazione, prevenzione e sanzioni nei confronti della violenza e della discriminazione contro le donne e la Auto 092 che riconosce la situazione di spostamento forzato della popolazione che coinvolge quasi 5milioni di cittadini dei quali l’85% donne. La terza azione che portiamo avanti è l’educazione per i diritti umani e la pace con le donne colombiane. Siamo antimilitariste, pacifiste, non violente e femministe.
In che relazione siete con la senatrice Piedad Córdoba (la donna che ha negoziato, insieme al presidente venezuelano Hugo Chávez, con le FARC un accordo umanitario per la liberazione unilaterale di prigionieri, ndr)?
Piedad Córdoba è con noi sin dall’inizio del nostro percorso e molte lotte le abbiamo fatte insieme. Le sue battaglie, che sono le nostre, l’hanno esposta a minacce e violenza e quindi è importante, per proteggere la sua persona e la sua vita, il nostro accompagnamento e la nostra solidarietà. Negli ultimi mesi ha dovuto nuovamente rifugiarsi all’estero per mettersi al sicuro; è tornata da poco ma potrà contare sulla nostra protezione ogni volta che sarà necessario.
Come nasce il suo personale coinvolgimento nella Ruta?
Sono nell’organizzazione sin dall’inizio. Sono assistente sociale e lavoro nella regione di Urabà una zona coltivata principalmente a banane per l’esportazione in Europa e nel resto de mondo. Urabà si trova al confine con Panama ed è considerata un’area strategica da tutti gli attori armati. La popolazione civile è prigioniera di questa lotta. Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di assistere direttamente ad episodi di violenza, discriminazione, emarginazione delle donne delle comunità locali. Un donna, nel giro di 3 o 4 giorni può essere violentata dai militari, dalla guerriglia e anche dall’esercito nazionale. L’assistere in prima persona a questa situazione mi ha fatto unire alle altre donne, insieme diciamo che non ci fermeremo fino a quando la Colombia non sarà libera e in pace.
(19 Dicembre 2011)
Che cosa è la Ruta Pacifica de las Mujeres?
La Ruta Pacifica de las Mujeres è un’organizzazione, che conta attualmente 4000 donne, e che nasce in Colombia nel 1996 con lo scopo di mettere in relazione le donne colombiane e far conoscere al mondo la situazione di violenza che si vive quotidianamente nel nostro paese, in particolare nei confronti del genere femminile. Una violenza che si manifesta nello spostamento forzato delle popolazioni, nella violenza sessuale, nell’omicidio e la sparizione di donne e delle loro famiglie, nel reclutamento forzato di bambini e bambine. La Ruta è inizialmente frutto della solidarietà delle donne e dopo qualche anno si avvicina alle Donne in Nero per poter raccontare al mondo quello che succede alle colombiane strette in un conflitto che dura da più di cinquanta anni. La nostra proposta politica è quella di poter partecipare ai tavoli di negoziazione con gli attori armati di questo conflitto; la nostra parola d’ordine è “senza la voce delle donne la verità sulla guerra non sarà mai completa”.
Quale è attualmente la situazione politica?
L’attuale Presidente, Juan Manuel Santos, per quanto cerchi di distanziarsi da Uribe è il suo erede politico. Parla molto di riforme ma la realtà è che sta offrendo il paese a potenze straniere, ad esempio firmando il Trattato di Libero Commercio con gli USA. Non rappresenta per noi una alternativa perché continua a sostenere un’ideologia militarista, guerresca, di violenza permanente che non fa altro che continuare a spogliare il nostro paese delle sue ricchezze economiche, culturali e politiche.
Quali sono le proposte politiche de la Ruta Pacifica de las Mujeres per la risoluzione del conflitto?
Ci siamo concentrate inizialmente in un lavoro di appoggio e solidarietà alle donne e alle comunità in cui il conflitto era più forte; aree geografiche come Putumayo, Antioquia, Medellin, Cauca, Nariño. Da otto anni ci siamo accorte che accanto al lavoro di solidarietà era necessario esercitare una pressione politica per l’attuazione di leggi contro la violenza. Nel 2008, grazie al lavoro nostro e di altre organizzazioni femminili, siamo riuscite ad ottenere due leggi: la legge 1257/2008 che stabilisce norme di sensibilizzazione, prevenzione e sanzioni nei confronti della violenza e della discriminazione contro le donne e la Auto 092 che riconosce la situazione di spostamento forzato della popolazione che coinvolge quasi 5milioni di cittadini dei quali l’85% donne. La terza azione che portiamo avanti è l’educazione per i diritti umani e la pace con le donne colombiane. Siamo antimilitariste, pacifiste, non violente e femministe.
In che relazione siete con la senatrice Piedad Córdoba (la donna che ha negoziato, insieme al presidente venezuelano Hugo Chávez, con le FARC un accordo umanitario per la liberazione unilaterale di prigionieri, ndr)?
Piedad Córdoba è con noi sin dall’inizio del nostro percorso e molte lotte le abbiamo fatte insieme. Le sue battaglie, che sono le nostre, l’hanno esposta a minacce e violenza e quindi è importante, per proteggere la sua persona e la sua vita, il nostro accompagnamento e la nostra solidarietà. Negli ultimi mesi ha dovuto nuovamente rifugiarsi all’estero per mettersi al sicuro; è tornata da poco ma potrà contare sulla nostra protezione ogni volta che sarà necessario.
Come nasce il suo personale coinvolgimento nella Ruta?
Sono nell’organizzazione sin dall’inizio. Sono assistente sociale e lavoro nella regione di Urabà una zona coltivata principalmente a banane per l’esportazione in Europa e nel resto de mondo. Urabà si trova al confine con Panama ed è considerata un’area strategica da tutti gli attori armati. La popolazione civile è prigioniera di questa lotta. Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di assistere direttamente ad episodi di violenza, discriminazione, emarginazione delle donne delle comunità locali. Un donna, nel giro di 3 o 4 giorni può essere violentata dai militari, dalla guerriglia e anche dall’esercito nazionale. L’assistere in prima persona a questa situazione mi ha fatto unire alle altre donne, insieme diciamo che non ci fermeremo fino a quando la Colombia non sarà libera e in pace.
(19 Dicembre 2011)
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