scritto insieme a Gianni Tarquini
Dieci anni fa in
Argentina infuriavano disoccupazione, fallimenti, disperazione: il
tramonto dell’illusione della ricchezza facile lasciava rovine e morti
sul terreno. Le protestedel 19 e 20 dicembre 2001, nelle quali persero
la vita 40 manifestanti, chiusero tragicamente un ciclo di recessioni,
indebitamento pubblico e caduta libera del PIL, sfociato nella salita
verticale degli indici di povertà e nell’ultimo, disperato tentativo di
frenare il tracollo con il blocco dei conti correnti (il cosiddetto “
corrallito”),
che impediva ai cittadini di accedere ai propri risparmi.Il dramma di
quelle giornate segnò la fine della lunga notte neoliberale vissuta dal
Paese che tre anni prima il Direttore del Fondo Monetario Internazionale
(FMI), Camdessus, aveva definito “un esempio da seguire” per la sua
diligenza nel recepire le ricette di quella istituzione finanziaria e
per avere smantellato le politiche sociali e le più importanti aziende
pubbliche costruite negli anni della crescita economica.
Per demolire le
conquiste sociali argentine c’erano voluti alcuni decenni, attraversati
anche da feroci dittature militari. Alcuni analisti sostengono che il
processo di dismissione del
welfare si possa far risalire al
colpo di Stato del 1955 contro Juan Domingo Perón, ma più specificamente
e sistematicamente l’offensiva “neoliberale” iniziò con il
golpe
del 1976 e successivamente si sviluppò con i governi
democratico-liberisti, che adottarono le politiche suggerite dagli USA e
dal Fondo Monetario Internazionale. In questo lungo periodo crebbe a
dismisura l’indebitamento con Stati ed istituzioni straniere e, per
guadagnare il consenso dei settori economici, fu acquisito il debito di
molte imprese private. Contemporaneamente, si incominciò a favorire
l’acquisto di prodotti fabbricati all’estero ed a demolire il buon
tessuto industriale creato nel periodo peronista. L’aumento esponenziale
delle importazioni alimentò la fuoriuscita di capitali verso l’estero e
favorì la deindustrializzazione, facendo lievitare il debito pubblico e
la disoccupazione.L’Argentina bruciava o svendeva i suoi beni pubblici,
passando dall’essere la decima potenza economica mondiale, il granaio
capace di accogliere milioni di migranti in fuga da guerre e carestie, a
Paese con indicatori economici e sociali da Terzo mondo: il 52% della
popolazione sotto la soglia di povertà, il 71% di denutrizione
infantile, il più alto debito pubblico
pro-
capite del
pianeta, la classe media colpita duramente dalla crisi. Negli anni tra
il 1998 e il 2002 gli aeroporti e i consolati stranieri si riempirono di
giovani che volevano emigrare, Questo era, dieci anni fa, l’esito
dell’ubriacatura liberista.
Il Paese, però, seppe
infine imboccare una coraggiosa via d’uscita: nella fase di transizione
venne azzerato il pagamento del debito e fu rotta la convertibilità tra
il
peso (la moneta nazionale) e il dollaro, che era stata
fissata 1 a 1 da una legge del 1991. I passi successivi furono
altrettanto decisivi, con la svalutazione della moneta e gli accordi di
ristrutturazione del debito in quantità e in tempi di restituzione che
permisero una riattivazione economica interna e un risparmio di denaro
che altrimenti sarebbe andato alle banche straniere creditrici. A queste
scelte politiche si deve la vittoria dell’esponente della sinistra
peronista Néstor Kirchner nelle elezioni presidenziali del 2003 e di sua
moglie Cristina Fernández nel 2007 e nel 2011
[1].
Da allora, per nove anni, il Paese è cresciuto di circa il 94%, la più
alta crescita di tutto l’emisfero occidentale, con un ritmo tra il 7 e
il 10% annuo (escluso il 2009): è stata avvìata una redistribuzione
della ricchezza verso le fasce più deboli della popolazione e gli indici
di povertà, indigenza e disoccupazione sono stati portati sotto il 10%.
Il ‘caso’ argentino è
particolarmente interessante perché la rapida uscita dalla crisi è
stata possibile grazie ad una ferma riorganizzazione economica ed alla
decisione di non pagare percentuali importanti di debito pubblico. Senza
chiedere l’aiuto delle istituzioni finanziarie internazionali e senza
ricorrere alle classiche politiche liberiste per ad attirare i capitali
stranieri. Il Paese è stato salvato opponendosi alle richieste di
“aggiustamenti” fiscali e di non stanziare fondi per spese di carattere
sociale, (considerate dai liberisti una dispersione “inutile” di risorse
pubbliche). I risultati sono stati positivi.
La sociologa Norma
Giarranca, l’economista Julio Gambino, il premio Nobel per l’economia
Joseph Stiglizpropongono una lettura dell’attuale crisi europea alla
luce di quanto accaduto in Argentina e sottolineano i guasti provocati
dalle “ricette” che il FMI e la Banca Centrale Europea propongono
(impongono) ancora ai Paesi in difficoltà. Certo, l’Argentina è ricca di
prodotti naturali esportabili e dispone di grandi estensioni di terreni
coltivabili (a differenza della Spagna, del Portogallo, dell’ Irlanda e
dell’ Italia); tuttavia, l’inflazione è ancora alta. Come recentemente
ha rilevato l’economista Miguel Bonasso, “la crescita non coincide con
lo sviluppo”, dato che è dovuta alle esportazioni delle
commodities
(soprattutto di soia e mais), il cui modello produttivo impoverisce
presto i suoli, limita la diversificazione agroindustriale e favorisce
la concentrazione di latifondi privati. L’attuale sistema economico non
può evitare la marginalizzazione di una buona parte della popolazione,
né il “clientelismo politico” e, in un futuro non lontano, si
manifesteranno nuove, acute tensioni sociali. Ma non si deve dimenticare
che nel corso dell’ultimo decennio si è verificato un grande e positivo
cambiamento: il Paese, oggi, svolge un’importante ruolo politico a
livello continentale (e non solo) [2] e la sua straordinaria crescita ha
aperto nuove opportunità. Interessante è uno studio del CEPR (Center
for economic and policy research) [3], effettuato da Mark Weisbrot,
Rebecca Ray, Juan A. Montecino, Sara Kozameh e terminato nel 2011, che,
attraverso un’approfondita analisi degli indicatori economici e sociali,
perviene alla conclusione che i miglioramenti degli indici
macroeconomici, sociali e sanitari argentini sono reali e notevoli, come
anche gli investimenti in politiche sociali e gli interventi
redistributivi. E paragona la situazione dei paesi Europei in difficoltà
con quella dell’Argentina, rilevando che il cammino intrapreso da
quest’ultima, rifiutando di pagare una parte consistente del debito per
liberare risorse a favore della spesa pubblica, dovrebbe essere preso in
considerazione come una opzione possibile anche nel nostro vecchio
continente.
[1] Vedi
Cassandra, 4/2011 (nuova serie on – line), “Avanti verso il cambiamento” di Gianni Tarquini.
[2]
Come l’aver bloccato, insieme agli altri Stati latinoamericani, in
particolare Brasile e Venezuela, l’avvìo del mercato comune con gli USA,
l’ALCA, chiesto da Bush, nel corso del vertice di Mar de la Plata(2005)
e sviluppato politiche di apertura verso nuovi acquirenti
internazionali, come la Cina, e di integrazione continentale, come la
recenta nascita del CELAC (Comunidad de Estados de Latinoamérica y el
Caribe) del 2 dicembre 2011.
[3]
Il CEPR ha sede a Washington e riunisce studiosi di diversi Paesi. Il
documento sull’Argentina è stato tradotto in spagnolo a dicembre e non è
disponibile in italiano.
[1] Vedi Cassandra numero 4 del 2011, “Avanti verso il cambiamento” di Gianni Tarquini.