mercoledì 8 febbraio 2012

Dilma al comando

Per affrontare i problemi strutturali del paese la presidenta dovrà lanciare una nuova sfida culturale nella quale le donne....

 
Quando il primo gennaio Dilma Rousseff assumerà ufficialmente la presidenza del Brasile, 191 milioni di abitanti, il mondo intero starà festeggiando il Capodanno. I brasiliani lo faranno con la consueta allegra confusione di sfilate e balli e con la doppia ragione di festeggiare l'inizio dell'anno nuovo e quello dell'era Rousseff, che, a sentire gli analisti internazionali, rappresenterà una continuità con i governi antecedenti di Inacio Lula da Silva, amatissimo presidente brasiliano che l'ha letteralmente scelta come sua erede. Anche se l'America Latina ci ha abituato, negli ultimi anni, a vedere donne rivestire la più alta carica nei governi, si pensi a Michelle Bachelet in Cile, a Cristina Fernández in Argentina, Laura Chinchilla in Costa Rica, e malgrado Dilma abbia goduto di un appoggio fortissimo, quello di Lula appunto, gli ostacoli, soprattutto di carattere culturale, che ha dovuto superare in una società profondamente machista come quella brasiliana aggiungono alla sua elezione un fattore addizionale di ampliamento della democrazia che è importante sottolineare.
Dilma Vana Rousseff, classe 1947, è la seconda figlia di una maestra brasiliana e di un immigrato bulgaro; dopo il golpe del 1964, si unì ad una organizzazione politica che combatteva contro la dittatura e più tardi, arrestata e torturata, rimase in carcere per circa tre anni. La sua vita è stata caratterizzata dal coinvolgimento attivo nella lotta politica: ha contribuito alla fondazione del Partido Democrático Trabalhista (PDT), ha ricoperto l'incarico di segretaria municipale della Fazenda di Porto Alegre nel governo di Alceu Collares e più tardi è stata segretaria statale per le miniere e per l'energia nei governi di Alceu Collares e di Olívio Dutra. Proprio durante questo periodo si è avvicinata al Partido dos Trabalhadores (PT) partecipando al gruppo di lavoro del settore energetico per l'elezione di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza della Repubblica nel 2002; fu poi nominata dallo stesso Lula ministro della Casa Civil, posizione equiparabile al nostro ministro dell'Interno con funzioni di sottosegretario alla presidenza del consiglio.
Il paese che Dilma si troverà a governare ha senza dubbio, durante il governo Lula, raggiunto degli obiettivi assai importanti: una crescita economica che non si ferma neanche davanti alla crisi mondiale e dei significativi avanzamenti nella lotta alla povertà, piaga endemica del Brasile. Ma le sfide che la nuova presidenta si troverà davanti sono ancora molte. Il governo Lula, infatti, ha raggiunto gran parte dei suoi risultati appoggiandosi ad un progetto macro-economico di impronta ancora neoliberale, utilizzando i successi economici per traghettare il paese verso uno Stato più attento agli obiettivi sociali e sensibile alle richieste della popolazione più vulnerabile. Ma mantenere l'equilibrio tra queste due componenti non è stato facile e non si può negare che il progetto 'economico' ha spesso sopravanzato quello 'sociale' anche se la riduzione delle disuguaglianze nel paese è stata così profonda da regalare a Lula una popolarità eccezionale. Dilma si troverà quindi a dover lavorare duramente per accelerare questa transizione verso l'instaurazione del welfare, prestando maggiore attenzione ai movimenti sociali e all'intellighenzia brasiliana che spesso hanno denunciato le contraddizioni e, allo stesso tempo, dovrà ascoltare le richieste della classe media che sente minacciato il proprio status. Un nodo che potrà tentare di sciogliere solo rettificando lo squilibrio tra la vita economica e quella culturale e politica; avrà quindi bisogno di lanciare un grande piano di coinvolgimento nazionale attraverso la cultura, l'educazione, la comunicazione. E le donne come entrano in questa grande sfida culturale?
 
L'attenzione all'elemento femminile è stata presente nel suo discorso post-elezione: “Per la prima volta – ha detto - una donna è presidente del Brasile. Per questo il mio primo impegno sarà onorare le donne brasiliane, far si che ciò che accade per la prima volta si trasformi in un evento naturale, per ampliare l'uguaglianza di opportunità tra uomini e donne. Vorrei che i papà e le mamme del Brasile guardassero in quest’istante negli occhi le loro bambine e dicessero loro: Sì, le donne possono”.
Ma Dilma Roussef presidenta sembra aver perso lo smalto dei suoi ideali rivoluzionari giovanili; la presidenta sottolinea la sua empatia in particolare con le donne più povere, è stata accompagnata da un gruppo quasi esclusivamente femminile durante la campagna elettorale e include la prospettiva di genere nei suoi programmi affermando che “in Brasile privilegiare le donne non è politica di genere ma politica sociale” dato che il 30% dei nuclei familiari è guidato da una donna. Ma ha preso totalmente le distanze dal femminismo scartando l'idea di dare seguito alle richieste prioritarie del movimento delle donne come il matrimonio omosessuale e la depenalizzazione dell'aborto. Su quest'ultimo punto in particolare ha rischiato di perdere la competizione elettorale e ha dovuto fare marcia indietro.
Che la pratica amministrativa e il potere siano pericolosi per le donne tanto quanto per gli uomini è cosa nota, che sia necessario saper leggere i contesti economici, sociali, culturali, è altrettanto noto, che sui corpi delle donne da sempre passi il terreno di scambio e di equilibrio del potere e che spesso le stesse donne siano 'carnefici' delle altre è ormai chiaro. La tiepidezza di Rousseff verso i movimenti femministi non ci dovrebbe far ben sperare ma, dato il contesto regionale latinoamericano e fatto il paragone con la nostra situazione europea, ci rallegriamo per la possibilità che Dilma, una donna, avrà di esercitare il potere. Ci mettiamo dietro di lei e le diciamo 'forza Dilma' sperando che qualcosa possa cambiare.
(03 Gennaio 2011)

Tra il quotidiano e la rivoluzione

Una realtà di accoglienza e resistenza delle donne a Roma

 
Un viale alberato si apre su un cortile nel quale si affacciano due costruzioni. Un palazzetto anni venti e una costruzione tipo capannone che ricorda la struttura di un laboratorio. Siamo a Roma, veramente a due passi da via Tuscolana, una delle zone più caotiche della città, ma quando si varca il cancello di questo complesso sembra di entrare in un'altra dimensione. Siamo nell'occupazione gestita da Action A, collettivo femminista di Action.
Un'occupazione tutta al femminile nata l'8 marzo 2008 nella vecchia sottostazione del tram della Tuscolana. La struttura, abbandonata dall'Atac da molti anni e vincolata dalle Belle Arti in quanto patrimonio storico del quartiere, è stata riscattata dalle donne e restituita al vicinato nella sua funzione pubblica. “Innanzitutto uno spazio di accoglienza abitativa e sociale per le donne dalle donne – mi racconta Rachele, appena 21 anni, la più giovane del gruppo – e poi un luogo di resistenza, riflessione politica, organizzazione nel quale le stesse compagne possano elaborare autonomamente ed in gruppo percorsi di emancipazione ed autodeterminazione”.
Lucha y Siesta, questo il nome che si sono date e che racchiude il pensiero e l'azione di questo progetto: un luogo in cui si possa trovare accoglienza e riposo per poter ripartire nella lotta e nella resistenza. “Militando da anni in Action ci eravamo rese conto che le donne in difficoltà non trovano risposte nelle istituzioni. A Roma ci sono solo 4 centri di accoglienza per le vittime di violenza e hanno delle regole molto rigide; ad esempio non accolgono donne con un figlio maschio di età maggiore ai 13 anni. Qui da noi invece il ragazzo
 
 
 
può fermarsi con la madre fino a i 18 anni, età in cui dovrà lasciare la casa e organizzarsi autonomamente”.
Il percorso individuale di ognuna sembra essere la regola che vige a Lucha; non esiste un tempo massimo di permanenza né un cammino obbligato; ogni donna ha la possibilità di ritrovarsi e scegliere il proprio futuro in tranquillità. Ancora Rachele ci dice: “Quello che cerchiamo di fare è costruire un luogo fisico di accoglienza ma anche di sperimentazione di una società altra in cui sia alla base la sorellanza, la solidarietà femminile, la definizione e ridefinizione del progetto di vita di ciascuna”.
E la fatica di riprendere in mano la propria vita la conosce bene Latifa, che incontro una sera piovosa a Lucha. In un tardo pomeriggio umido e silenzioso mi racconta la sua storia; sedute sul divano dello spazio comune della casa mentre, ogni tanto, passa qualcuna delle altre occupanti che discretamente ci saluta. Una vita 'normale': casa, lavoro, amore, due figlie. Poi il matrimonio non va, comincia una depressione, arriva un altro uomo che sembra essere la salvezza ma non lo è. E Latifa, dopo 23 anni in Italia si ritrova sola, con due bambine e nulla in mano. Nove mesi fa accetta una soluzione 'di fortuna' a Lucha, la stanza delle emergenze, poi riesce a passare in un'abitazione più comoda. “Certo all'inizio è stato difficile abituarsi a condividere tanto con le altre donne; non solo il bagno e la cucina che sono fisicamente in comune, ma lo stile di vita, le culture, le
abitudini, gli orari. I primi tempi sono stati faticosi ma adesso sono orgogliosa delle due stanze che condivido con le mie figlie, del fatto che riesca mandarle a scuola, in piscina, e addirittura a studiare l'arabo, il sabato e la domenica; perché non perdano il legame con le proprie origini e perché è importante essere preparati al massimo per affrontare il mondo”. Il futuro è ancora molto incerto per Latifa. “Vorrei trovare un posto nella società” dice, ma le difficoltà sono molte, a partire dal lavoro, precario, malpagato, che sfrutta per arrivare alla disgregazione sociale, dalla casa con gli affitti irraggiungibili, e alla solitudine che solo qui è riuscita a mitigare grazie alle compagne: “A Lucha funzionano due assemblee, una di gestione della casa dove tutte le abitanti si confrontano sull'organizzazione delle attività e degli spazi comuni; è il luogo della quotidianità dove sorgono problemi legati alla convivenza e dove organizziamo i momenti comuni, le feste. Poi c'è un'assemblea politica che, devo dire la verità, all'inizio mi sembrava una cosa inutile. Con il passare del tempo però mi ha coinvolta sempre più e adesso posso dire coscientemente che anche io lotto, perché ci sono troppe ingiustizie. Ringrazio le donne della casa. Questa è una possibilità importante per quelle che si trovano in difficoltà. E' un appoggio grande. Spero di riuscire ad essere all'altezza di crescere insieme a loro.”
 


IL MANIFESTO DI LUCHA Y SIESTA

Una casa abitata e gestita da donne, aperta a tutti;
una casa da cui lanciare il nostro diritto all’abitare, che non è solo casa, ma anche reddito, uno sviluppo urbanistico più sensibile alle esigenze delle donne e dei bambini, la salvaguardia dei beni comuni e lo sviluppo di energie alternative;
una casa dove la violenza non ha le chiavi di casa;
una casa dove razzismo ed egoismo sociale non hanno cittadinanza;
una casa dove i nostri figli possano giocare e imparare ad essere cittadini consapevoli e solidali;
una casa dove costruire un’altra idea di famiglia, basata su rapporti veri e reali, qualsiasi essi siano;
una casa dove aprire uno sportello per le centinaia di donne che si trovano nella nostra situazione e che vogliono organizzarsi per riconquistare i loro diritti e condividere percorsi e pratiche di resistenza.
L’unica sicurezza possibile sono le donne che si organizzano.

Lucha y Siesta è a via Lucio Sestio 10 a Roma.

(6 dicembre 2010)

La differenza può fare l'economia. Intervista a Loretta Napoleoni.

 La teoria economica 'alternativa' potrebbe venire dal mondo femminile

Intervista a Loretta Napoleoni, economista e saggista, sulla crisi mondiale e l'impatto di questa sul lavoro femminile, già molto instabile nel nostro paese.

Come usciamo dalla crisi economica globale che stiamo vivendo? La sensazione è che si voglia continuare a crescere senza mettere in discussione i modelli economici che ci hanno portato a questa situazione.
Una soluzione potrebbe essere concentrarsi su una crescita qualitativa invece che quantitativa. Gli economisti tradizionali, parlo dei neoliberisti, pensano che un aumento della crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) porti sempre al benessere; invece dovremmo utilizzare un indicatore che si basi sulla qualità della vita e ci dica se questa migliora o peggiora. La crescita ci deve essere, ma non è detto che debba essere basata solo sulla quantità.

C'è qualche paese che sta prendendo in considerazione quanto da lei appena espresso, mettendo in atto strategie di crescita qualitativa?
La grave mancanza è proprio questa: nessuno ha ancora messo mano ad una teoria economica che si basi sulla crescita di qualità. Anche i cinesi che investono pesantemente sulle energie rinnovabili non lo fanno per motivi qualitativi ma quantitativi, in quanto questo creerebbe una indipendenza dal petrolio con l'obiettivo di continuare a crescere.

Dal punto di vista del lavoro, gli ultimi mesi hanno evidenziato come si stia affermando una tendenza che crede che dalla crisi economica si possa uscire soltanto smantellando il sistema di regole e tutele universali dei lavoratori, a partire dal contratto nazionale (immaginiamo le conseguenze sulle donne). La convince questa impostazione?
Guardiamo alla Germania che è in una posizione economica migliore rispetto a noi e a tutta l'Europa; è un paese dove l'occupazione cresce perché si è mantenuta una legislazione seria sull'occupazione e soprattutto un'alleanza tra capitale e lavoro attraverso l'intermediazione forte dei sindacati. La Germania ha difeso i suoi lavoratori perché ha capito che chi compra i beni prodotti dal capitale sono gli operai. Il nostro problema attualmente è proprio questo: i salari degli operai sono così bassi che non si riesce neanche a consumare. Dovremmo come dicevo prima cambiare il paradigma: il grande industriale non dovrebbe essere più quello più ricco, che bada solo all'accumulazione, ma quello più amato.


Dentro questo nuovo paradigma le donne possono fare e dire qualcosa di diverso?
La teoria economica 'alternativa' potrebbe venire dal mondo femminile. Le donne vedono il mondo in un modo diverso soprattutto perché vivono la condizione lavorativa, non solo nelle professioni operaie ma anche in quelle intellettuali, in una posizione di svantaggio. In più hanno delle caratteristiche caratteriali diverse dagli uomini. Il problema fondamentale è, come diceva Carlo Marx rispetto alla classe operaia che avrebbe dovuto avere maggior coscienza della propria importanza nel binomio capitale/lavoro, che le donne non hanno ancora una coscienza della rilevanza del proprio ruolo. Questa è una coscienza che si conquista e che è di gruppo; i fenomeni isolati contano poco.

In Italia le donne vivono già da tempo una condizione di subalternità. Come mai questa esperienza non scatena una presa di coscienza? Perché non si riesce ancora a fare gruppo?
L'ostacolo maggiore allo sviluppo di questa coscienza sono proprio le donne che sono arrivate in cima. Hanno una paura intrinseca a gettare una corda a quelle che stanno dietro perché hanno fatto tutta la scalata da sole, in concorrenza micidiale con gli uomini. Sono donne di 45-65 anni, la generazione che ha vissuto il femminismo e non ha ancora consolidato quella certezza di sé per riuscire a dire “adesso aiuto le altre perché me lo posso permettere”. Questa dovrebbe essere una seconda fase del movimento femminista.

Se le donne devono lavorare, la società deve essere disponibile a dare valore alla maternità e investire nel welfare. Da economista le chiedo che cosa è il valore sociale della maternità e da dove si prendono i soldi?
Senza maternità non c'è ricambio generazionale e senza ricambio generazionale sarebbe insostenibile sorreggere il mondo del lavoro, pensiamo alla dinamica delle pensioni. Il ruolo delle donne in quanto madri, quindi, non è solo biologico ma anche sociale ed economico. Per quanto riguarda i finanziamenti basta dire che i soldi sono stati spesi ed investiti in altri campi. Bisogna decidere chi e che cosa ha la priorità e a mio parere sono le pensioni e la tutela della maternità, cioè l'inizio e la fine della vita di un individuo, che sono sacre e devono essere tutelate.

Meritocrazia è la parola magica che viene evocata spessissimo nel nostro paese, anche e soprattutto quando si parla di donne. Ma giudicare in base al merito presuppone che ci siano pari opportunità di partenza.
Nel nostro paese la meritocrazia per le donne è soltanto 'orizzontale'. Basta dare un'occhiata a chi sta nel Parlamento italiano, a chi sono i Ministri donne. La meritocrazia è tutta un'altra cosa; è un sistema in cui i migliori riescono ad arrivare in cima. Il Parlamento italiano di oggi ha meno laureati di 30 anni fa e probabilmente molti più citati in giudizio e condannati. Il numero di donne è bassissimo e chi è arrivata lì l'ha fatto per le relazioni che ha con uomini di potere. In Italia la meritocrazia non esiste.

Come donna, come economista, come madre: cosa direbbe ad una giovane donna italiana, preparata, ambiziosa, che ha voglia di lavorare e vuole trovare delle gratificazioni nel suo lavoro?
Le direi di andarsene, come me ne sono andata io. Oggi, in Italia, è peggio di quando io avevo 24 anni. Purtroppo è così.


(8 novembre 2010)

Rosa Oliva. La ragazza che voleva diventare Prefetto

Dalla ribellione individuale alla battaglia comune

 
Cinquanta anni fa una memorabile sentenza della Corte Costituzionale, apriva alle donne la porta delle carriere fino a quel momento precluse. La persona a cui dobbiamo questa conquista si chiama Rosa Oliva, una ragazza che aveva intrapreso il ricorso costituzionale perché voleva diventare Prefetto. La sua storia, che si arricchisce in questi giorni della nomina a Grande Ufficiale della Repubblica italiana, ci da' lo spunto per riflettere e fare un bilancio sulle donne nel mondo del lavoro.

Partiamo dal 1960, l'anno della sentenza 33. Dopo 12 anni la Costituzione era ancora inapplicata. C'è voluto il coraggio di una ragazza appena laureata per rimettere a posto le cose. Che paese era l'Italia per una giovane donna?
Non era un paese aperto ad accogliere innovazioni nella condizione femminile. Quando esternavo le mie rimostranze sulla segregazione femminile nel mondo del lavoro mi si opponevano delle argomentazioni come “sei sicura che le donne possano davvero fare il prefetto?”. C'era sia l'UDI (Unione Donne Italiane) che il CIF (Comitato Italiano Femminile) però io ne ignoravo l’esistenza, quindi il mio percorso, non per scelta, era all’epoca al di fuori delle associazioni femminili. Ero una ragazza che aveva studiato e non accettava una discriminazione in quanto donna; trovavo la norma del 1919, che escludeva ancora le donne da alcune carriere, ingiusta e incoerente con la Costituzione e quindi mi sono ribellata. E' stato un gesto individuale.

E lei che ragazza era? Quale è stata la sua formazione?

A distanza di cinquanta anni sto provando a ricostruire i contorni di quella giovane. Provengo, da parte di mio padre, da una famiglia meridionale con una cultura radicata profondamente nel diritto e nelle regole. Da parte materna, anche questa una famiglia napoletana, mi è stata tramandata una tradizione quasi totalmente al femminile; le mie tre zie, nate nei primi decenni del '900, hanno lavorato e studiato da sempre conciliando lavoro e famiglia, come del resto una zia e varie cugine da parte di mio padre. Insomma degli esempi di donne emancipate ed avanzate rispetto ai tempi. Quindi un contesto familiare molto stimolante.

Come è nata questa sentenza storica?

Soltanto adesso ho capito, guardando i dati sulla frequenza delle donne all'università negli anni '50, che ero una ragazza privilegiata. Allora non me ne rendevo conto, perché mi trovavo a frequentare un gruppo di studenti e studentesse numericamente pari. Sono stati invece gli studi giuridici che ho intrapreso che mi hanno resa consapevole della discriminazione che stavamo vivendo. Avevo deciso di intraprendere una carriera pubblica e ho cominciato a presentare domande ai concorsi; c'era un bando per la carriera prefettizia che richiedeva tra i requisiti l'appartenenza al sesso maschile. Ho fatto ugualmente domanda e da lì si è aperto il ricorso che ha portato alla sentenza 33.

Dalla discriminazione per legge degli anni '60 ad una discriminazione più subdola, quella attuale. Quale è il cortocircuito sul lavoro femminile?
In Italia le barriere formali sono state del tutto eliminate; quello che manca è arrivare all’uguaglianza sostanziale prevista dalla Costituzione. Per passare dall'eliminazione delle norme in contrasto con i principi costituzionali all'introduzione delle disposizioni previste come necessarie c'è ancora molta strada da fare. Questo è il momento in cui deve essere fatto il salto di qualità. Nei decenni scorsi è stato raggiunto un grande risultato: si è passati dal principio dell'uguaglianza, che non teneva conto della differenza tra i sessi, al principio della parità, che tiene conto delle differenza nell'uguaglianza, al concetto di genere; lo dobbiamo alle lotte del movimento femminista. Poi c'è stato, anche grazie al movimento internazionale delle donne e alla Commissione nazionale per la parità, l'approccio delle azioni positive. Quello che in Italia non è scattato, come invece è avvenuto nei paesi scandinavi e in Spagna, è proprio la capacità dei Governi e del Parlamento di affrontare in maniera concreta la questione e intervenire con dei piani incisivi e delle norme di attuazione dei principi.

Se i Governi non sono stati in grado, secondo lei la società italiana è pronta a recepire questi principi?

Ci sono tanti gruppi di pressione formati da donne che si battono per l'applicazione di questi principi ma questa pressione è limitata dal fenomeno del rifiuto della diversità che è molto comune soprattutto tra le più giovani. Una ragazza di oggi che segue gli studi con successo spesso ritiene sia discriminante mettere in evidenza la diversità di genere. In seguito le donne si scontrano con la realtà, o per l'accesso al lavoro o nell'ambiente professionale; per non parlare poi del problema del lavoro di cura, che nel nostro paese è praticamente solo sulle spalle delle donne, per la scarsa condivisione con gli uomini e i pochi servizi.

Nello scenario odierno di un mercato del lavoro che tende a ridurre le tutele e i diritti conquistati nel '900, le donne sono il classico 'vaso di coccio tra i vasi di ferro'. Cosa accadrà?
Tutta la nostra Costituzione di basa sul principio di garantire la libertà nell'uguaglianza, in particolare tra impresa e lavoro. Però ci si sta allontanando da questo equilibrio, l'attuale governo da' la prevalenza alla libertà e rischiamo che prevalga la legge del più forte, indebolendo il sistema democratico basato sulle regole. E questo incide pericolosamente sulla condizione umana, su quella dei lavoratori in particolare e delle donne ancora di più.

Cosa manca alle giovani donne di oggi ?
A molte, non certo a tutte, manca la consapevolezza, degli ostacoli che incontreranno e di quello che le donne italiane hanno conquistato. Non conoscono le battaglie e le vittorie, non sono consapevoli di quanto la Costituzione e lo stato democratico influiscano sui destini personali. Ho constatato che molti la pensano come me e attribuisco a questo il successo delle celebrazioni dei cinquant’anni della sentenza provocata da un mio ricorso. E, inoltre, molti, tra le giovani donne e i giovani uomini non sanno che questi diritti sono labili e possono essere perduti.

Che cosa è l'associazione 'Aspettare stanca' di cui è presidente?
Per me, e anche per le altre fondatrici, ha rappresentato una possibilità di incanalare la rabbia e la frustrazione vissute nel 2006 dopo l'approvazione della legge elettorale. Ero nel gruppo di donne che aveva seguito in Parlamento l'iter di questa riforma, di cui vedevamo i pericolosi aspetti di carattere generale, evidenziati dall’opposizione in Parlamento e riscontrati in seguito nella sua applicazione. Abbiamo tentato di far introdurre almeno delle garanzie per la presenza femminile. Siamo state vittime di una beffa in quanto sono state fatte approvare norme sulla rappresentanza femminile ad un solo ramo del Parlamento, in modo che non arrivassero in tempo utile per introdurle nella legge elettorale. 'Aspettare stanca' è nata ed è ancora impegnata per sostenere la rappresentanza democratica e la presenza qualificata delle donne nei luoghi decisionali.

Quali sono i suoi prossimi obiettivi?

Sono tra le promotrici, e siamo alla ricerca di altri fondatori e fondatrici, della Rete per la Parità, un’associazione di promozione sociale che, partendo dal patrimonio di conoscenza e riflessione raccolto negli anni da tante associazioni di donne e studiose/i, e dal lavoro del Comitato 503360, costituitosi per le celebrazioni di una lontana sentenza del 1960, vuole costruire con le giovani donne e i giovani uomini la consapevolezza indispensabile per superare indifferenza, e condizionamenti ed impegnarsi insieme, donne e uomini, giovani e meno giovani, per un obiettivo comune: la democrazia paritaria.
 

di Nadia Angelucci
 
(1 novembre 2010)

Vandana Shiva

'Conservare la biodiversità è impossibile, finché essa non sia assunta come la logica stessa della produzione.' 

Vandana Shiva, Monoculture della mente

 
Fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva ha vinto il Sydney 2010 Peace Prize per il suo impegno verso l'empowerment delle donne nei paesi in via di sviluppo, la difesa dei diritti delle piccole comunità agricole e la sua analisi scientifica sulla sostenibilità ambientale. Per Shiva la salvaguardia della biodiversità passa da una sostituzione del sistema economico dominate, basato sull'uso smodato delle risorse naturali, con una visione olistica in cui il sistema economico sia al servizio delle persone e del pianeta. Una trasformazione su vasta scala che lei chiama Earth Democracy, Democrazia della Terra.
Navdanya, la 'banca' delle sementi da lei creata nel 1991, supporta gli agricoltori locali e la diversità delle colture e difende i diritti delle persone e della natura contro il controllo societario sui prodotti alimentari e sulle risorse naturali.

La crescita economica e l'aumento dei consumi, hanno un' accezione positiva e sono equiparate al progresso; ciò è contrapposto al concetto di conservazione e cura della tradizione a cui viene riservato un significato negativo. In questo senso spesso gli ambientalisti vengono accusati di essere retrogradi, estremisti, immobilisti. Lei, che difende l'ambiente e le tradizioni legate alla natura e al suo ciclo vitale, si sente così conservatrice e retrograda?
In realtà è la crescita economica, cieca ai bisogni ecologici e sociali, che conduce alla regressione della società, non al progresso. In tutto il mondo, è percepito come prioritario l'imperativo di ridefinire il concetto di crescita. La Commissione Stiglitz istituita dal Presidente francese nel 2008, ha detto chiaramente che la crescita economica è un tipo di indicatore che non rende la stima corretta del benessere sociale. Il Bhutan, piccolo regno himalayano, ha definito il suo obiettivo nazionale la 'Felicità Nazionale Lorda' e non il 'Prodotto Nazionale Lordo'. Il Primo Ministro del Bhutan mi ha invitato a collaborare per raggiungere questo obiettivo. Credo che il governo del Bhutan abbia adottato un approccio lungimirante perché mira alla conservazione delle loro loro ricchezze naturali ed dei loro valori culturali come base dello sviluppo sostenibile. Quelli di noi che lavorano per proteggere la natura e la conservazione dei valori delle culture ancestrali stanno creando il futuro. Chi confida e promuove la crescita basata sul saccheggio delle risorse della terra sta distruggendo il futuro del pianeta.

Lei ha messo in evidenza il ruolo delle donne nella conservazione della biodiversità e dell'equilibrio tra esseri umani e natura. Può spiegarci meglio il suo pensiero?
Le donne tradizionalmente sono state lasciate ad occuparsi dell'economia di sussistenza, mentre gli uomini sono stati coinvolti nell'economia di mercato, basata sul saccheggio, e non sull'utilizzo equilibrato, delle risorse naturali. Le donne hanno così conservato la loro capacità e le loro conoscenze per la conservazione della biodiversità e per il mantenimento e lo sviluppo di un'economia basata sulla biodiversità. Il contributo delle donne alla conservazione e alla salvaguardia del pianeta è il risultato della divisione del lavoro.

Quale è stato e quale può essere il ruolo dei movimenti sociali a livello planetario per salvaguardare l'ambiente, la biodiversità e il pianeta?
I movimenti sociali svolgono un ruolo di vitale importanza per la salvaguardia dell'ambiente globale, della biodiversità e, più in generale, del nostro pianeta. Ciò è particolarmente vero nella nostra epoca in cui gli Stati sono ostaggio di poteri che spingono per la creazione di uno stato corporativo che si metta al servizio del benessere delle multinazionali più che interessarsi del benessere dei propri cittadini.

Il 2010 è stato proclamato dalle Nazioni Unite 'Anno della Biodiversità'. A suo parere durante quest'anno le istituzioni delle Nazioni Unite e i governi degli stati membri più ricchi hanno realmente adottato delle politiche per salvaguardare l'ambiente e la biodiversità?
Purtroppo con l'Anno della Biodiversità non è stata colta l'occasione per cambiare le politiche e si è continuato a privilegiare il 'business' come nel passato. Le imprese hanno proseguito nella loro opera di corruzione dei Governi per dare impulso alla diffusione degli OGM – Organismi Geneticamente Modificati - che minacciano la biodiversità. Le grandi multinazionali dell'agricoltura seguitano con le azioni di biopirateria e spogliano i popoli ancestrali delle risorse proprie interne e delle proprie conoscenze tradizionali. Sembra anzi che nel corso di quest'anno l'aggressività delle imprese sia ancora più intensa; ne sono evidenza le pressioni esercitate sulla Commissione Europea per far approvare l'introduzione degli OGM.

Parlando di clima, il vertice di Copenaghen è stato un fallimento, mentre proposte venute da alcuni piccoli stati e dai movimenti dei popoli originari (riconoscimento dell'acqua come diritto umano, tribunale per i crimini ambientali, nuove costituzioni boliviana ed ecuatoriana) sembrano porre la salvaguardia della madreterra al centro dell'operare politico. La dialettica tra queste due posizioni è possibile?
C'è oggi una chiara dialettica tra un modello industriale sorpassato, basato sui combustibili fossili e sul petrolio, e un modello emergente basato sulle energie rinnovabili, quelle della Madre Terra. L'iniziativa boliviana sulla Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra è in contrasto con gli accordi OMC – Organizzazione Mondiale del Commercio - che sanciscono i diritti delle imprese. D'altra parte la recente vittoria in India delle tribù di Niyamgiri, la montagna sacra che sostiene la legge universale, per fermare l'estrazione di bauxite per l'industria di alluminio della multinazionale Vendanta è un passo nella costruzione di una Terra centrata sui beni comuni e sui diritti umani. Questa è quella che definisco 'Democrazia della Terra'. Il 2 ottobre (anniversario della nascita di Gandhi), stiamo organizzando Bhoomi, il festival della Terra, per diffondere la consapevolezza sui diritti del nostro pianeta, sui diritti delle persone e sui doni della Madre Terra.

(11 ottobre 2010)

Viaggi. Alla ricerca della dimensione insondabile

Spesso nel nostro affollato silenzio interiore ci capita di sentire nostalgia di ciò che in realtà ancora non conosciamo

 
Nasciamo nomadi. L’essere umano si è evoluto su questo pianeta viaggiando e colonizzando le differenti terre che lo hanno accolto. Per migliaia di anni i cacciatori raccoglitori e poi gli allevatori hanno viaggiato ‘scoprendo’ i differenti continenti; una ricerca di cibo, di acqua, di terra, di senso li ha accompagnati nel loro infinito camino. Solo 10.000 anni fa con le prime manifestazioni di un nuovo tipo di economia fondata sull’agricoltura comincia a venir meno il nomadismo. Da lì in avanti l'economia basata sulla coltivazione si diffonderà e si espanderanno gli insediamenti di tipo urbano. Nascerà quella che siamo abituati a chiamare ‘civiltà’ e chi vive una vita nomade comincerà ad essere considerato un barbaro, un primitivo, un incivile.
Ma l’istinto al viaggio, alla scoperta dell’ignoto, al semplice muoversi nello spazio sono rimaste una delle caratteristiche comuni all’intero genere umano. I grandi imperi dell’antichità con la vocazione all’espansione, le scoperte geografiche dell’età moderna, i flussi migratori ne sono testimoni.
“Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini" diceva Ibn Battuta, esploratore marocchino di origine berbera vissuto nel quattordicesimo secolo e considerato, per la vastità delle sue esplorazioni, il Marco Polo del mondo arabo. L’affermazione, in un certo senso buberiana, riflette nell’idea del viaggio quella della relazione; la piena conoscenza di sé e degli altri avviene solo in questa relazione che fa esistere entrambe le identità. Sul viaggio come senso e costruzione del sé interviene anche Bruce Chatwin, autore del libro culto “In Patagonia”, che in “Anatomia dell'irrequietezza” afferma “il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma. Le nostre prime esplorazioni sono la materia prima della nostra intelligenza”: la suggestione dell’immagine del neonato che attraverso l’esplorazione del mondo raggiunge la sua compiutezza fa parte del bagaglio esperienziale di ognuno di noi, non solo come infanti ma anche come adulti. Tutta la nostra vita scorre in un viaggio ininterrotto del quale spesso non siamo consapevoli; incapaci di riflettere sul significato dell’esistenza e sull’imprevedibilità del nostro viaggio: “viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte geografiche, per il quale non mi ero in alcun modo preparato, ma che di tutti i viaggi fatti fino ad allora era il più impegnativo, il più intenso” (Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra).
Ma la sensazione è che l’uomo moderno, capace di spostarsi e di essere ovunque nel giro di poche ore – se non di pochi secondi, attraverso le reti informatiche – non è più capace di viaggiare. Abbiamo il navigatore satellitare ma abbiamo perso i punti di riferimento con il territorio e il diletto dell’incontro con i nostri simili; ci facciamo trasportare ovunque ma restiamo sempre nello stesso luogo-nonluogo. La figura del viandante romantico ed inquieto, alla ricerca della ‘dimensione insondabile’ è in via di estinzione e suscita perlopiù un interesse divertito, quello riservato all’esotico. Scrive Jack Kerouac nel suo capolavoro “On the road”: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. - Dove andiamo? - Non lo so, ma dobbiamo andare”. Questa necessità di movimento istintivo e forzato sembra essere riservata nella nostra epoca solo ai migranti; individui che si spostano tra territori e culture, intraprendendo viaggi che comportano una completa riconsiderazione della propria identità, dei propri stili di vita, costumi, pratiche religiose. Sono persone soggette ad una doppia privazione: alla perdita dei legami con il proprio paese di provenienza si aggiunge la difficoltà di trovare una collocazione nel paese di destino. Dualità che possiamo ritrovare anche nei sostantivi che li definiscono: sono emigranti, per la propria società d’origine , e immigrati, per quella d’accoglienza. Sono forse i simboli della modernità, dello sradicamento che ci siamo imposti recidendo completamente i legami con la terra, con i ritmi della natura?
Il rapporto con la terra, con il continuo movimento del pianeta, con l’alternarsi delle stagioni ci appartiene geneticamente; per questo ci capita, nel nostro affollato silenzio interiore, di sentire nostalgia di ciò che in realtà ancora non conosciamo. E i nostri viaggi più belli non si concludono con il ritorno a casa. In questa epoca delle ‘passioni tristi’ il viaggiatore non può tornare indietro.

(26 luglio 2010)

La primavera è durata poco

La società ancora non riesce a riconoscere che in quel crimine orrendo c’è anche la morte di una coppia, di un progetto di vita, di un amore

 
Ancora non è finita. Sono passati 34 anni e non è ancora finita. I resti del Negro sono finalmente a disposizione della sua famiglia, sua moglie e le sue due figlie, ma la trama terribile che ha legato queste vite e le ha trascinate per lunghissimi anni tra bugie dolorose e rivelazioni sconcertanti è ancora potente ed attiva. E così Viviana, Mariana e Fernanda sono prigioniere di quel corpo amato e sconosciuto di un ragazzo di 26 anni, che non può essere marito e padre; loro che di anni, adesso, ne hanno 59, 37, 35.
È da 12 mesi che il corpo di quel ragazzo, per decreto del Tribunale, può tornare a casa; ma Fernanda è lontana, in Europa, e Viviana e Mariana la vogliono aspettare. L’attesa, in fondo, è la cifra fondamentale di questa storia unica e uguale a tante altre.
L’Argentina del 1976 era buia; la paura si diffondeva rapidamente. Tutti sapevano che si stava scivolando verso una nuova dittatura ma nessuno sapeva che grado di crudeltà e perversione si sarebbe raggiunto.
“Eravamo studenti di architettura, entrambi militanti nel PRT- Partido Revolucionario de los Trabajadores; il Negro con incarichi nella direzione. A partire dalle elezioni del 1973 abbiamo vissuto un periodo di ‘primavera’. Era un momento in cui immaginavano che si sarebbe compiuto tutto ciò in credevamo. La militanza era la nostra vita. Abbiamo avuto dei figli perché ci amavamo e pensavamo che avrebbero vissuto in un mondo migliore del nostro. E’ durato pochissimo ma in questo anno e mezzo sono nate le mie figlie – mi racconta Viviana Losada-. Già prima del golpe del 1976 si respirava una brutta aria e il Partito era tornato a lavorare nella clandestinità.”
Il Negro è stato uno dei primi desaparecidos.
Rodolfo, il Negro, è uscito di casa la mattina del 23 marzo, il giorno prima del colpo di stato militare. Doveva andare ad una riunione clandestina prevista per il 27. Era sempre così; per recarsi sul luogo prestabilito si prendevano molte precauzioni. Io stessa sapevo che c’era una riunione ma non sapevo dove si sarebbe svolta. Ovviamente quando c’è stato il golpe, il giorno dopo, ho cominciato ad essere inquieta ed è iniziata l’attesa. La sera del 30 ho ricevuto una telefonata: “Parlo con la moglie di Rodolfo Ortiz? Volevo avvisarti che il Negro è stato preso”. Era uno dei compagni, non ha detto altro. Né come, né dove. Ho passato la notte a bruciare documenti e alle 4 del mattino siamo scappati di casa; le bambine con i miei genitori, io ho vagato mesi nelle case di altri compagni perché dovevo lavorare. In quell’epoca sono finite molte amicizie. Moltissime erano le persone che si rifiutavano di aiutarti, per esempio se avevi bisogno di un posto in cui passare la notte. Alla fine della dittatura molti sono stati generosi e hanno perdonato, io no.

 
La ricerca di Rodolfo è andata avanti per anni.
È stato inghiottito dal nulla. Vari compagni mi hanno confermato che era morto nel luogo della riunione e io fin dal primo giorno ho cercato un cadavere. Per 22 anni io e le mie figlie abbiamo costruito il nostro lutto pensando che non fosse passato nei campi di tortura, cercando di riconoscere un corpo tra migliaia di altri corpi che, dopo la fine della dittatura, hanno cominciato ad apparire. Ho letto i risultati di tantissime autopsie sperando di riconoscere da un particolare il mio uomo; erano tutte uguali. Tutti corpi di giovani uomini, capelli scuri, indossavano jeans; un’intera generazione. Poi nel 2008, gli antropologi forensi mi hanno chiamato e mi hanno raccontato una verità differente. Il Negro è sopravvissuto allo scontro a fuoco, è stato sequestrato, è stato 45 giorni ne El Vesubio, un campo clandestino di tortura, e poi è stato ucciso e interrato in una fossa comune. E soprattutto lo avevano ritrovato. Razionalmente sono consapevole che non avrei potuto fare nulla ma pensare che io cercavo un cadavere quando lui era ancora vivo è qualcosa di dilaniante. Mi porto dentro un senso di colpa costante. Quando ho avuto questa notizia le mie figlie erano fuori dal paese e ho aspettato il ritorno di entrambe per raccontargli insieme, finalmente, la verità. Hanno avuto delle reazioni opposte, molto differenti: una ancora non ha smesso di piangere, non riesce a fare pace con suo padre che colpevolizza per aver ‘amato’ più la lotta che le sue figlie, non ne vuole sapere nulla della politica; l’altra ha avuto una reazione di rabbia estrema e da allora se ne è andata dal paese: ‘non posso vivere in Argentina’ dice.
Tu invece continui a stare qui.
Si, ma Fernanda ha ragione. Siamo un paese che non è in grado di fare i conti con il suo passato, nessuno si assume la responsabilità di quello che è accaduto. L’unico riconoscimento è stato dato alle Madri de la Plaza de Mayo, perché la nostra è una cultura giudaico cristiana in cui la madre è un simbolo che forma parte dell’immaginario. Le Madri sono state un esempio fortissimo e hanno guidato questa lotta ma tra i familiari ci sono anche i mariti e le mogli dei desaparecidos, e sono invisibili. La società ancora non riesce a riconoscere che in quel crimine orrendo c’è anche la morte di una coppia, di un progetto di vita, di un amore.

(7 giugno 2010)