mercoledì 8 febbraio 2012

Recensione su Le Monde Diplomatique di settembre 2011
Teologia della Liberazione. 
Lo scontro con Wojtyla e Ratzinger Diego Facundo Sánchez 
Datanews, 2011, 12 euro

Benedetto XVI ha annunciato a Madrid che la prossima Giornata Mondiale della Gioventù si svolgerà in Brasile, a Rio de Janeiro (18-23 luglio 2013). I Gesuiti della «Humanitas Unisinos», hanno reso noto immediatamente che un anno prima (dall’8 all’11 ottobre 2012) ospiteranno un Congresso per celebrare i 50 anni della convocazione del Concilio Vaticano II e i 40 anni di pubblicazione del libro di Gustavo Gutiérrez «Una teologia della liberazione».A pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si indovina e, anche se Moisés Sbardelotto, a nome dei Gesuiti dell’Istituto «Humanitas Unisinos», smentisce una qualsiasi correlazione tra i due eventi, la consequenzialità di questi due annunci racconta una storia più lunga e complessa: quella della Teologia della Liberazione (TdL) e dei suoi controversi rapporti con la Chiesa romana; quella della Compagnia di Gesù e dello scontro con Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger, da lui ordinato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.Questi temi sono al centro del libro di Diego Facundo Sánchez Teologia della Liberazione. Lo scontro con Wojtyla e Ratzinger. Trent’anni, argentino, professore di Storia nell’Università di Mar de la Plata e professore di Teologia, ha realizzato nel 2009 un lavoro di ricerca, ora pubblicato in italiano da Datanews, che si interroga sui percorsi e l’attualità della TdL e sulla salute di una corrente spirituale che nasce nella periferia, in un orizzonte politico e sociale segnato da ingiustizia e oppressione, che si trasforma attraverso una produzione culturale e teologica fino a divenire il riferimento degli «oppressi», e che ha subito, negli anni ’80 e ’90, accuse di subordinazione al marxismo e un processo di restaurazione.Nel volume, composto da tre parti che seguono cronologicamente la nascita, il cammino e l’opposizione a questa corrente teologica, vengono analizzati i suoi antecedenti storici nel Concilio Vaticano II, l’elaborazione di una teoria e di una prassi, le strategie messe in atto dalle gerarchie romane per ristabilire il controllo e, nell’ultima parte, la resistenza e le prospettive future. La ricerca è arricchita da moltissime note e riferimenti bibliografici, oltre che da due allegati che riprendono le opzioni di fondo del Concilio Vaticano II e, assai interessante, i legami di Giovanni Paolo II con l’Opus Dei.Oggi possiamo dire che la «preoccupazione» della conservatrice curia romana nei confronti della TdL non era poi così infondata. Per secoli il Vaticano ha legittimato e vissuto insieme, quietamente e confidenzialmente, ai poteri dominanti. La TdL ha chiamato la Chiesa a cambiare il suo «luogo sociale» con una proposta universale di trasformazione radicale della società e con un’opzione prioritaria a favore dei poveri. Nell’ultimo decennio l’America Latina, pur tra grandi resistenze e inevitabili contraddizioni, è stata protagonista di un mutamento epocale di cui la TdL è uno dei principi dinamici ed è innegabile che, ciò che la Chiesa ha a lungo considerato «un’eresia», abbia contribuito alla costruzione di un’idea di società capace di produrre ‘liberazione’.

Un libro che consiglio. La recensione l'ho scritta in ottobre per Le Monde Diplomatique




Fuorilegge ma onesti
Quasi un noir che alla  fine però non ti lascia l’amaro in bocca ma una gran voglia di ricominciare daccapo e immergerti nuovamente in tre esistenze che sono tre capolavori. Scritto in maniera straordinaria da Marco Cicala, con fotografie di Danilo De Marco e ritratti di Altan, questo prezioso volumetto racconta le vite del poeta, del rivoluzionario e del falsario. Al secolo Armand Gatti, Diego Camacho, Lucio Urtubia. Tre anarchici, figli del secolo scorso e delle grandi battaglie per la libertà che l’hanno caratterizzato. Tre uomini profondamente diversi tra loro con in comune la fedeltà alla propria identità.
Armand Gatti, il poeta condannato a morte e graziato, intimo di Simone De Beauvoir che gli diceva: “Sei un anarchico, dunque un reazionario”, irriducibile tanto da dichiarare “Ormai non  può più esserci né destra né sinistra: solo anarchia. Le rivoluzioni? (…)Lasciamole fare ai pianeti”.
Diego Camacho, alias Abel Paz, il rivoluzionario che partecipò alla resistenza del luglio ’36 a Barcellona, teorico della ‘barricata’ come creatrice di un nuovo spazio urbano, come “atto costituente ed identitario”.
Lucio Urtubia, il falsario, disertore, muratore, autore di una delle più riuscite truffe ai danni della First National City Bank. Finirà in carcere ma riuscirà a venirne fuori consegnando, dietro pagamento della stessa banca, le matrici dei falsi traveller’s cheques; tutto il denaro frutto di questa operazione verrà utilizzato per sovvenzionare la causa anarchica.
Per fare il verso a Bob Dylan, la cui citazione appare all’inizio del libro, tre vite fuori dalla legge ma profondamente oneste.

Marco Cicala
Tre anarchici: il poeta, il rivoluzionario, il falsario
A cura di Danilo De Marco
Disegni di Tullio Altan, fotografie di Danilo De Marco
Forum, 2011

La cura dei figli non è un diritto

Sentenza del Tribunale di Civitavecchia sul ricorso di una lavoratrice CAI

L’articolo 18 non è un tabù, dice il Presidente del Consiglio. Meno che mai lo è la legge 151 sulla maternità nella parte in cui (art. 53) stabilisce che è vietato “adibire le donne al lavoro, dalle ore 24 alle ore 6, dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino” e che “non sono obbligati a prestare lavoro notturno: a) la lavoratrice madre di un figlio di età inferiore a tre anni o, in alternativa, il lavoratore padre convivente con la stessa; b) la lavoratrice o il lavoratore che sia l'unico genitore affidatario di un figlio convivente di età inferiore a dodici anni.”
Il Tribunale di Civitavecchia infatti ha dato torto a Sabrina Vidotto, una lavoratrice della CAI (ex Alitalia) che aveva fatto ricorso contro l’azienda perché non le veniva riconosciuto l’esonero al lavoro notturno.
Torniamo quindi alla vicenda delle lavoratrici madri della CAI a cui non viene riconosciuto il diritto all’esonero dal lavoro notturno, (vedi qui) così come previsto dalla legge sulla maternità, in seguito alla firma di una lettera di assunzione, nel momento del passaggio da Alitalia a CAI, che contiene una clausola, diretta a quei lavoratori e lavoratrici che avrebbero potuto usufruire dell’articolo 53 della legge 151 sulla maternità e cioè l’esonero dal lavoro notturno, in cui lo stesso lavoratore rinunciava a questo diritto. Come ci aveva raccontato una lavoratrice qualche mese fa “al momento della firma della lettera di assunzione non c’era con noi né un sindacalista né un rappresentante dei lavoratori. Accanto alla lettera di assunzione c’era un altro documento che spiegava che, nel caso in cui non avessi firmato, avrei perso anche il diritto alla cassa integrazione”.
Quello di Vidotto è il primo ricorso ordinario rivolto alla Procura di Civitavecchia ed entra quindi nel merito della questione dando torto alla lavoratrice ricorrente sulla base di una interpretazione che pone un contratto di lavoro gerarchicamente superiore alla legislazione vigente nella nostra Repubblica.
In particolare il Tribunale ha stabilito che, nel momento in cui la lavoratrice ha firmato il nuovo contratto (abbiamo descritto in quali condizioni) “ha espressamente e liberamente manifestato ‘la propria disponibilità ad effettuare la prestazione lavorativa su turni di lavoro che comportino avvicendamenti sull’intero arco della giornata lavorativa, ivi compresi eventuali pernottamenti’” rinunciando quindi ad usufruire della possibilità di esonero dal lavoro notturno così come previsto dalla legge 151, tuttora vigente. E la sentenza prosegue rilevando che nel caso in cui si ritenesse “necessario l’assenso del lavoratore per ogni singola prestazione notturna, significherebbe imporre alla società datrice oneri organizzativi particolarmente complessi e onerosi, difficilmente conciliabili con la garanzia costituzionale della libertà di iniziativa economica privata”.
Un’interpretazione che lascia di sasso secondo la quale la Costituzione italiana garantirebbe la libertà di iniziativa economica privata e la collocherebbe al di sopra dei diritti delle persone.
E mentre Vidotto annuncia di voler ricorrere in appello, CAI continua a usare due pesi e due misure. C’è chi viene esonerato dai turni di notte perché richiede ‘personalmente’ ai capi servizio ‘l’attenzione gestionale’ e chi non ci sta a far passare un diritto come una concessione e si rifiuta di fare una richiesta personale.
(27 Gennaio 2012)

Teresa Aristizabal. Ruta Pacifica de las Mujeres

Abbiamo incontrato Teresa Aristizabal della Ruta Pacifica de las Mujeres, e ci siamo fatte raccontare cosa accade in Colombia, quale è la situazione delle donne e cosa le stesse chiedono alla politica

In Colombia un conflitto che dura da 50 anni. All'origine di tutto la gigantesca disparità sociale. Alla base gli scontri tra Esercito, milizie paramilitari (le Autodifese Unite della Colombia - AUC) e gruppi armati di opposizione, le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e l' ELN (Ejercito de Liberacion Nacional). In mezzo la popolazione civile e quanti vorrebbero fare politica, sindacato, informazione, solidarietà. E le donne. Secondo quanto denunciato dalla ONG OXFAM l'omicidio di donne e la violenza sessuale sono in spaventoso aumento. In uno studio recente i noti dati: “489.687 donne hanno subito violenza sessuale dal 2001 al 2009, per una media di 6 donne ogni ora”, e più dell’80% degli stupri sono imputabili all'Esercito o ai paramilitari. Abbiamo incontrato Teresa Aristizabal della Ruta Pacifica de las Mujeres, e ci siamo fatte raccontare cosa accade in Colombia, quale è la situazione delle donne e cosa le stesse chiedono alla politica.
Che cosa è la Ruta Pacifica de las Mujeres?
La Ruta Pacifica de las Mujeres è un’organizzazione, che conta attualmente 4000 donne, e che nasce in Colombia nel 1996 con lo scopo di mettere in relazione le donne colombiane e far conoscere al mondo la situazione di violenza che si vive quotidianamente nel nostro paese, in particolare nei confronti del genere femminile. Una violenza che si manifesta nello spostamento forzato delle popolazioni, nella violenza sessuale, nell’omicidio e la sparizione di donne e delle loro famiglie, nel reclutamento forzato di bambini e bambine. La Ruta è inizialmente frutto della solidarietà delle donne e dopo qualche anno si avvicina alle Donne in Nero per poter raccontare al mondo quello che succede alle colombiane strette in un conflitto che dura da più di cinquanta anni. La nostra proposta politica è quella di poter partecipare ai tavoli di negoziazione con gli attori armati di questo conflitto; la nostra parola d’ordine è “senza la voce delle donne la verità sulla guerra non sarà mai completa”.
Quale è attualmente la situazione politica?
L’attuale Presidente, Juan Manuel Santos, per quanto cerchi di distanziarsi da Uribe è il suo erede politico. Parla molto di riforme ma la realtà è che sta offrendo il paese a potenze straniere, ad esempio firmando il Trattato di Libero Commercio con gli USA. Non rappresenta per noi una alternativa perché continua a sostenere un’ideologia militarista, guerresca, di violenza permanente che non fa altro che continuare a spogliare il nostro paese delle sue ricchezze economiche, culturali e politiche.
Quali sono le proposte politiche de la Ruta Pacifica de las Mujeres per la risoluzione del conflitto?
Ci siamo concentrate inizialmente in un lavoro di appoggio e solidarietà alle donne e alle comunità in cui il conflitto era più forte; aree geografiche come Putumayo, Antioquia, Medellin, Cauca, Nariño. Da otto anni ci siamo accorte che accanto al lavoro di solidarietà era necessario esercitare una pressione politica per l’attuazione di leggi contro la violenza. Nel 2008, grazie al lavoro nostro e di altre organizzazioni femminili, siamo riuscite ad ottenere due leggi: la legge 1257/2008 che stabilisce norme di sensibilizzazione, prevenzione e sanzioni nei confronti della violenza e della discriminazione contro le donne e la Auto 092 che riconosce la situazione di spostamento forzato della popolazione che coinvolge quasi 5milioni di cittadini dei quali l’85% donne. La terza azione che portiamo avanti è l’educazione per i diritti umani e la pace con le donne colombiane. Siamo antimilitariste, pacifiste, non violente e femministe.
In che relazione siete con la senatrice Piedad Córdoba (la donna che ha negoziato, insieme al presidente venezuelano Hugo Chávez, con le FARC un accordo umanitario per la liberazione unilaterale di prigionieri, ndr)?
Piedad Córdoba è con noi sin dall’inizio del nostro percorso e molte lotte le abbiamo fatte insieme. Le sue battaglie, che sono le nostre, l’hanno esposta a minacce e violenza e quindi è importante, per proteggere la sua persona e la sua vita, il nostro accompagnamento e la nostra solidarietà. Negli ultimi mesi ha dovuto nuovamente rifugiarsi all’estero per mettersi al sicuro; è tornata da poco ma potrà contare sulla nostra protezione ogni volta che sarà necessario.
Come nasce il suo personale coinvolgimento nella Ruta?
Sono nell’organizzazione sin dall’inizio. Sono assistente sociale e lavoro nella regione di Urabà una zona coltivata principalmente a banane per l’esportazione in Europa e nel resto de mondo. Urabà si trova al confine con Panama ed è considerata un’area strategica da tutti gli attori armati. La popolazione civile è prigioniera di questa lotta. Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di assistere direttamente ad episodi di violenza, discriminazione, emarginazione delle donne delle comunità locali. Un donna, nel giro di 3 o 4 giorni può essere violentata dai militari, dalla guerriglia e anche dall’esercito nazionale. L’assistere in prima persona a questa situazione mi ha fatto unire alle altre donne, insieme diciamo che non ci fermeremo fino a quando la Colombia non sarà libera e in pace.

(19 Dicembre 2011)

Diritto o concessione?

La vicenda CAI, in cui alle lavoratrici non viene riconosciuto il diritto all’esonero dal lavoro notturno, così come previsto dalla legge sulla maternità, ci racconta lo smantellamento delle tutele e la scarsissima attenzione alle famiglie

 
 
Che le imprese da sempre abbiano cercato di sottrarre diritti ai lavoratori a vantaggio del profitto, alzando sempre la posta in gioco e forzando la mano, non è una novità per nessuno. Ma negli ultimi anni stiamo assistendo ad una completa deregolamentazione del mondo del lavoro che mette a rischio diritti e tutele acquisite e per i quali si è combattuto a lungo. E così se Marchionne rappresenta ormai il prototipo di questo modo di fare, c’è stato un caso precedente a quello di Pomigliano, in cui una grande azienda è riuscita a scardinare regole, consuetudini, contratti. Si tratta della CAI/Alitalia salutata al tempo come un gruppo di patrioti. “La cordata subentrata all’ex compagnia di bandiera annovera una lunga lista di piccole grandi deroghe alle regole, che vanno dal mancato rispetto di una serie di accordi sottoscritti al momento dell’accordo per l’acquisto, all’inosservanza di leggi nazionali ed europee nate per tutelare i lavoratori e le lavoratrici” riferisce Bernardo de Vries, presidente di Family Way, un’associazione di piloti ed assistenti di volo attiva nella difesa dei diritti dei lavoratori ed in prima linea per la conciliazione tra famiglia e lavoro. “Nel momento del passaggio da Alitalia a CAI tutti i lavoratori sono stati costretti a firmare una nuova lettera di assunzione che conteneva una clausola, diretta a quei lavoratori e lavoratrici che avrebbero potuto usufruire dell’articolo 53 della legge 151 sulla maternità e cioè l’esonero dal lavoro notturno, in cui lo stesso lavoratore rinunciava a questo diritto”. In particolare l’articolo 53 del D.L. 151 stabilisce che il genitore in coppia con figlio minore di tre anni, quello single con figlio convivente fino a 12 anni e il lavoratore o lavoratrice con a carico un soggetto disabile non possono essere obbligati a prestare lavoro notturno. Una assistente di volo, di cui per ovvie ragioni non faremo il nome, racconta che “al momento della firma della lettera di assunzione non c’era con noi né un sindacalista né un rappresentante dei lavoratori. Accanto alla lettera di assunzione c’era un altro documento che spiegava che, nel caso in cui non avessi firmato, avrei perso anche il diritto alla cassa integrazione”. In pratica la firma del contratto era subordinata ad una rinuncia di un diritto. Alcuni lavoratori firmano coscientemente, e quindi sotto ricatto, altri firmano addirittura senza rendersi conto, perché la clausola in questione ha una formulazione piuttosto ambigua: “Ella dichiara, nell’assoluto rispetto della legislazione vigente, la propria disponibilità ad effettuare la prestazione lavorativa su turni di lavoro che comportino avvicendamenti sull’intero arco della giornata lavorativa, ivi compresi eventuali pernottamenti”. E’ evidente come l’“assoluto rispetto della legislazione vigente” abbia tratto in inganno più di un lavoratore/lavoratrice. Alla consegna dei primi turni di lavoro infatti comincia la battaglia. Ancora de Vries racconta che “le mamme che si sono ritrovate con turni che prevedevano 4-5 pernottamenti di seguito fuori casa si sono presentate all’ufficio del personale pensando di dover ripresentare la documentazione che attestava i requisiti ad essere esonerate dal lavoro notturno ma l’ufficio inizialmente non ha voluto neanche accogliere la documentazione e quando l’ha accolta, a fronte delle forti proteste, non l’ha neanche protocollata”. I lavoratori e le lavoratrici si accorgono di quanto firmato, decidono di organizzarsi e nasce la mailing list “Le inCAIvolate”. Da questa esperienza si costituirà Family Way. Ricorsi, interrogazioni parlamentari, in sede italiana ed europea, lettere, interpellanze, le lavoratrici in questi anni le hanno messe in campo proprio tutte per vedersi riconosciuto il proprio diritto ma sembra di sbattere contro un muro di gomma. Le risposte, da quelle parlamentari a quelle avute dal Ministero Pari Opportunità, convergono tutte sulla tesi CAI di “specificità del modello organizzativo dell’azienda”. In data 26 giugno 2009, in seguito a due audizioni in Commissione Infanzia che, a detta di Family Way devono aver dato luogo a pressioni, CAI decide di ‘concedere’ alle lavoratrici con figli al di sotto di tre anni e di bambini disabili l’esonero dal lavoro notturno. Ma si tratta di una concessione unilaterale dell’azienda e non del riconoscimento di un diritto.
La lotta delle lavoratrici madri CAI continua.

Per informazioni: www.familyway.it

Testimonianze di due lavoratrici – assistenti di volo CAI
 


“Io e il mio compagno siamo entrambi assistenti di volo CAI. Siamo una famiglia allargata e abbiamo 4 figli. Tutti minorenni ma sopra i tre anni. L’organizzazione familiare è complicatissima. Quando mi viene consegnato il turno di lavoro io sono costretta ad usare i miei permessi e le malattie bambino per spezzarlo e consentire una mia presenza in famiglia. Però è evidente che mi gioco i permessi perché non mi viene riconosciuto un diritto. E in più mi gioco una parte dello stipendio perché nel nostro nuovo contratto la parte di stipendio fisso è molto piccola e invece aumentiamo il salario in base alle ore volate; una sorta di cottimizzazione. Questo riduce drasticamente il reddito quando usufruiamo di permessi. Un’altra cosa che mi risulta insopportabile è che mi ritrovo a volare, nello stesso aeromobile, nello stesso equipaggio, con assistenti di volo che sono stati ‘acquisiti’ da Airone e non da Alitalia godono quindi dell’esonero notturno.”

 


“In tema di tutela della maternità e della paternità sul POSTO di LAVORO, ci sono due realtà... distinte e lontane.... Quella legislativa (L. 151 a tutela della maternità e della paternità e L.198 contro le discriminazioni) che tutela il lavoratore SULLA CARTA in tutto e per tutto e poi c’è la disastrosa realtà contrattuale, dove sindacato e azienda, ignorando completamente la legislazione, sottoscrivono contratti, lettere di assunzione, accordi extra contrattuali, discriminanti. Il sindacato avendo sottoscritto clausole vessatorie non può più difendere il lavoratore facendo causa all’azienda. Il lavoratore è costretto così a rivolgersi ai tribunali del lavoro, da solo e a sue spese. Dopo 2 anni di lotte per l’esonero dal lavoro notturno, dopo aver interessato tutte le istituzioni preposte alla tutela, abbiamo ottenuto una concessione a discrezione dell’azienda. Abbiamo un contratto che non nomina e non tutela economicamente la maternità e questo sta disincentivando le donne a fare figli. Il salario in maternità viene calcolato sulla base dello stipendio fisso che è molto basso in quanto la maggior parte del nostro reddito viene dalle ore che passiamo in volo. E’ più conveniente ammalarsi o andare in cassa integrazione volontaria con reintegro del posto di lavoro a spese dei contribuenti che fare un bambino! Questo è quello che succede da noi.”





(27 Novembre 2011)

Il tempo è adesso

Cristina Fernández, che con ogni probabilità verrà rieletta, è davanti alla sfida finale con il modello neoliberale

“No me la creo”. Non ci credo. In un paio di discorsi ufficiali, pronunciati nelle ultime settimane, Cristina Fernández de Kirchner, forse per scaramanzia - ma conoscendola come politica avvertita pensiamo sapendo di affrontare un momento delicato -, ha così sottolineato come sta intraprendendo le prossime, comunque rischiose, ultime settimane di campagna elettorale. Vincitrice indiscussa delle primarie svoltesi in agosto che hanno portato alle urne 19 milioni di elettori, Kirchner si è imposta con oltre il 50% dei consensi con il suo “Frente para la victoria”, che rappresenta l’ala sinistra del partito peronista. Staccati di 38 punti il candidato neo-liberista Ricardo Alfonsìn, che ha raccolto solo il 12,7% dei voti, così come Eduardo Duhalde che ne ha ottenuti solo il 12,6%.
Con questi dati le prossime presidenziali del 23 ottobre sembrerebbero una formalità salvo che non accada l’imponderabile, che verosimilmente non accadrà.
Chi per tanto tempo ha sottovalutato i meriti politici di questa donna, tentando di screditarla, dipingendola come un fantoccio nelle mani del marito, si è dovuto ricredere e ammettere che la sua schiacciante vittoria alle primarie è prima di tutto dovuta al contenuto della sua gestione governativa. Anche chi legge la sua affermazione come conseguenza della debolezza dell’opposizione commette un errore di valutazione. Gli argentini non hanno scelto ‘il meno peggio’ ma hanno premiato un governo che ha assicurato in questi anni una crescita economica, una forte espansione dei consumi, la creazione di posti di lavoro, un incremento degli stipendi e delle pensioni, l’ampliamento della copertura previdenziale e la pensione per le casalinghe, e l’implementazione di alcune politiche di argine alla povertà come ad esempio l’Assegnazione Universale per i figli (Asignación Universal por Hijo), un sussidio che si concede a chiunque abbia un figlio minore di 18 anni che stia frequentando regolarmente la scuola.
A queste misure di carattere sociale ed economico si sommano una serie di nuove norme sulla comunicazione, sui diritti civili, sul ruolo dello Stato come la Legge sui mezzi di comunicazione che limita i monopoli nell’informazione destinando al settore privato un terzo dei media, e lo stesso volume al pubblico e al no profit, la Legge sul ’Matrimonio Igualitario’ che stabilisce la possibilità di sposarsi per individui dello stesso sesso alle stesse condizioni delle coppie eterosessuali, la politica sui diritti umani, la nazionalizzazione dell’AFJP - i fondi privati di gestione delle pensioni -, e della compagnia Aerolineas Argentinas e la vocazione subcontinentale della politica estera.
Più ombre emergono invece dalle politiche rivolte specificamente alle donne. Malgrado l’approvazione della Legge contro la violenza di genere, frutto di un lavoro partecipato tra organizzazioni sociali e istituzioni, e il recente decreto che proibisce la pubblicazione su qualsiasi mezzo di comunicazione di annunci a sfondo sessuale, salutato positivamente dalle organizzazioni che lottano contro la tratta e la prostituzione, resta aperta la questione della salute sessuale e riproduttiva e in particolare dell’interruzione volontaria di gravidanza. Il rapporto del 2010 di Human Right Watch ha messo in evidenza i numerosi ostacoli che devono affrontare le donne argentine che hanno necessità di accedere ai servizi di salute sessuale ai quali hanno diritto: anticoncezionali, sterilizzazione, aborto dopo una violenza. E la questione dell’IVG resta la più discussa: in Argentina è legale abortire soltanto in due eventualità: in caso di pericolo di salute o in caso di gravidanza dovuta a violenza su una donna incapace di intendere e di volere. In tutti gli altri casi l'aborto è negato e le conseguenze penali riguardano tanto chi lo pratica quanto la donna stessa. Nonostante ciò, il 40% delle gravidanze sono interrotte da aborti, praticati perlopiù in modo insicuro, con la conseguenza che una delle principali cause di morte materna nel paese è dovuta proprio a questo.
Ma se Cristina è all’apice del suo successo, paradossalmente sta viaggiando anche su una linea sottile e pericolosa che potrebbe portarla ad adagiarsi, non tanto sulla situazione di relativa tranquillità in cui si trova, ma sul modello dominante nel quale fino ad ora si è barcamenata, con discreti successi, ma senza riuscire a dare la spallata finale. Le più straordinarie sfide e i più grandi successi del kirchnerismo si sono prodotti quando Nestor Kirchner (precedente presidente e marito di Cristina Fernández, morto improvvisamente nell’ottobre scorso) e poi la stessa Fernández hanno avuto il coraggio di “abbandonare le prescrizioni del modello di accumulazione instaurato sotto il primato del neoliberismo dalla fine degli anni ‘80” come sottolinea Atilio Boròn. Questo ‘modello di accumulazione’, malgrado gli scossoni delle politiche kirchneriste degli ultimi anni, è tuttavia dominante nel paese e causa strutturale dell’ancora alto tasso di povertà e sperequazione, basandosi prevalentemente sul predominio del capitale finanziario, sul sistema fiscale squilibrato a favore delle rendite finanziarie, sul saccheggio delle ricchezze naturali, sull’agricoltura estensiva e basata sulla monocultura, sul lavoro precario. Questi tratti distintivi, sorti negli anni delle dittature militari e del menemismo, continuano, infatti, a caratterizzare il panorama sociale ed economico argentino.
Il “No me la creo” di Cristina fa ben sperare che la Presidenta abbia compreso che la lotta non è ancora finita e che davanti a sé ci sia forse il lavoro più difficile: quello di introdurre, approfittando della crisi mondiale del modello capitalista, un cambio di marcia profondo di cui il paese ha bisogno non solo per il suo benessere materiale ma anche per continuare a percepirsi dentro un progetto possibile di cambiamento radicale. L’alternativa è rimanere impantanati nella palude neoliberale e chiudere definitivamente con le speranze progressiste. Cristina, oltre che sulla sua forza politica e personalità potrà contare su un grande sostegno e affetto popolare e sulla debolezza di un Parlamento che non avrà la forza di interferire. Il tempo però è poco: un anno a partire dal suo nuovo mandato presidenziale. Nel 2013 infatti si inizierà a parlare di elezioni politiche e di li a poco scoppierà la lotta per la successione presidenziale, non potendo lei stessa ricandidarsi. Il tempo è adesso.

(17 Ottobre 2011)

Il doppio inganno

Snaturato il principio costituzionale, oggi con ‘lavoro’ non si coniuga più la parola ‘diritto’ ma disoccupazione, precariato, deregulation



Quando i Padri e le Madri costituenti scrissero l’articolo 1 della nostra Magna Carta certamente non pensavano che sarebbe andata a finire così. Quell’unicum della nostra Costituzione, “fondata sul lavoro”, è stato travolto da una realtà di disoccupazione, precariato, deregulation, continua erosione dei diritti e delle tutele, disuguaglianze sociali e sperequazione salariale. Nei fatti esattamente il contrario di quanto i costituenti avevano immaginato quando attraverso l’art. 1 avevano espresso la volontà di proteggere coloro che vivono del proprio lavoro; quando nell’art. 3 avevano sottolineato la necessità che la Repubblica rimuova “gli ostacoli di ordine economico e sociale (…)”; quando nell’art. 4 avevano posto le basi di un vero e proprio “diritto al lavoro”. Ma, paradosso nel paradosso, chiediamoci se non sia stata proprio la visione filosofica e celebrativa del lavoro contenuta nella nostra Costituzione - un luogo mitico capace di generare esso stesso ‘umanità’, lo spazio privilegiato in cui i cittadini avrebbero trovato il senso ultimo della propria esistenza - ad aver contribuito alla situazione in cui siamo finiti. Perché la ‘malattia’ del lavoro odierno non è solo figlia della crisi economica che stiamo vivendo e tanto ci spaventa; il lavoro ‘ammalato’ è intimamente collegato alla stessa patologia della crisi. E lo è perché, nel momento in cui è diventato un orizzonte di senso della vita, ha smesso di essere al servizio dell’uomo ed è stato risucchiato acriticamente nel meccanismo della crescita illimitata tollerando, in nome di se stesso, che gli uomini e le donne e il pianeta sul quale viviamo, fossero imprigionati in una funzione meramente strumentale subordinata alla crescita economica. Chi si è fatto travolgere da questa visione non ha potuto più sottrarsi alla dottrina produttivista diventando esso stesso prodotto della sua occupazione. Non solo un’alienazione nel lavoro preconizzata da Marx ma anche un’alienazione da lavoro che si manifesta quando la dimensione produttiva viene assunta come interezza della propria vita a scapito degli altri aspetti. E a questo meccanismo, soprattutto, non sono stati capaci di sottrarsi il sindacato, ammaliato dalle dottrine produttiviste, e in generale il movimento socialista che, pur operando una critica dei diktat neoliberisti, non è riuscito a liberarsi dal mito del progresso come crescita economica. Non meravigliamoci dunque se le ricette per uscire dalla crisi sembrano inadeguate e provvisorie. La crisi offre l’opportunità di riposizionare anche il ruolo del lavoro nelle nostre società ma a patto di una ridiscussione radicale del modelli di riferimento, come andiamo dicendo da tempo.
Noi donne, che con entusiasmo e passione ci siamo avvicinate al mondo del lavoro con l’illusione di poter esprimere tutta la nostra creatività, dentro questo meccanismo siamo rimaste schiacciate. E adesso siamo molto arrabbiate, spesso tristi, oppresse per una promessa che non si è mantenuta.
Nel corteo dello sciopero generale del passato 6 settembre grandissima era quantità di striscioni che rimandava a diverse realtà dei ‘lavoratori della conoscenza’. E dietro quei cartelli i volti delle donne; un rilevante protagonismo femminile che fa capo ad un processo di femminilizzazione del lavoro, ormai in atto da decenni, e che è prodotto principalmente della transizione da un capitalismo industriale ad un capitalismo cognitivo che ha le sue radici nella ‘valorizzazione’ delle attitudini relazionali, di attenzione e di cura che da sempre sono proprie delle donne. E qui si manifesta il doppio inganno per il genere femminile: da una parte l’illusione della parità, che naufraga però di fronte alle disuguaglianze di carichi di lavoro, di salari, di prospettive di carriera, e dall’altra quella della differenza, dove le intelligenze e le sensibilità relazionali vengono espropriate al servizio del mercato globale. Tutto ciò è possibile per le condizioni di estrema ricattabilità a cui si è sottoposti e al violento processo di precarizzazione che finisce per trasformarsi in precarietà esistenziale. E in una prospettiva di analisi che non può non essere globale - perché, non dimentichiamo, la quota di lavoratori che con le loro famiglie vivono con meno di 2 dollari al giorno è pari al 40% della forza lavoro mondiale, sono meno del 15% i lavoratori coperti da qualche forma di protezione sociale, il lavoro minorile riguarda 306 milioni di bambini, di questi almeno 8 operano in situazione di schiavitù, il lavoro forzato concerne 12 milioni di persone – assume un’importanza fondamentale il fenomeno migratorio, appendice proprio di quella femminilizzazione del lavoro, e luogo di scambio della cura e del lavoro riproduttivo. Le donne sono quindi forzate a questi cardini: precarietà, lavoro di cura che diventa lavoro produttivo e divisione cognitiva del lavoro. Una combinazione micidiale a cui il nostro welfare, prevalentemente basato sul familismo, non trova soluzione e anzi rende ancora più vischioso. E’ forse questa profonda frattura, identitaria prima che sociale, che fa si che le donne italiane abbiano un bassissimo tasso di occupazione e di natalità, che la scolarizzazione e l’istruzione siano in aumento a fronte di una scarsa presenza nel mondo del lavoro, che in moltissime abbiano ‘scelto’ di non cercare più lavoro. Questo il motivo per cui non bastano più le semplici ricette riformiste che ripropongono uno schema che ha già dimostrato di non funzionare, per gli uomini e le donne. E, da parte nostra, c’è bisogno di coraggio nel riconoscere le contraddizioni di una teoria economica e di una condizione lavorativa e pensare, per tutti, un percorso ‘differente’.

(ottobre 2011)