mercoledì 8 febbraio 2012

C'è un tempo per... Il punto di vista di Michela Marzano

Nel mondo occidentale la lentezza è percepita come un disvalore. Soprattutto le donne sembrano vittime dell'idea che 'il fare tanto e in fretta' sia un dovere.

 
Ogni santo giorno ci svegliamo e comincia la corsa; la giornata si apre di fronte ai nostri occhi come un baratro in cui ‘velocemente’ precipitiamo risucchiati dalle centomila cose da fare. Aspettiamo le ferie per poterci ricaricare dal tour de force quotidiano ma spesso anche il tempo della vacanza ci riserva file e folle che ci fanno ripiombare nell’usuale corsa ad ostacoli.
Chiediamo ad una filosofa, Michela Marzano, cattedra di Filosofia Morale all’Università Parigi 5, di aiutarci a districare la contraddizione che ci vede catturati nelle rete della velocità anche se desidereremmo andare ‘piano piano’. E scopriamo quale è la sua ‘strategia’ dei tempi diversi.
Comincerei con una riflessione generale sul termine lentezza e sul significato che attribuiamo a questa parola: quando un individuo viene definito ‘lento’ è sempre fatto con un’accezione negativa. Eppure la lentezza è uno spazio di riflessione e di approfondimento, quindi non necessariamente negativa, anzi…
Nella società contemporanea la parola ‘lentezza’ è desueta ed è utilizzata per qualificare tutto ciò che vogliamo indicare come negativo. Siamo una società che valorizza la velocità anche a scapito di quelli che possono essere i danni collaterali che questa inevitabilmente porta con sé e soprattutto senza considerare quello che si perde con la rapidità. La velocità è sicuramente una qualità ma la sua natura è fortemente condizionata dalle situazioni nelle quali si utilizza; a forza di fare, pensare, reagire velocemente si fanno molti errori e si perde di vista il fatto che per poter avere un contatto con la propria interiorità, costruire relazioni profonde e durature ci vuole la lentezza. Bisogna poter lentamente avere la possibilità di fare ciò che si desidera, bisogna lentamente conoscere le persone che si incontrano e lentamente stabilire una relazione di fiducia. ‘Chi va piano va sano e va lontano’: perdendo la lentezza abbiamo smarrito anche la consapevolezza della necessità di andare lontano.
Le donne sono stritolate in questa disputa lentezza/velocità. Le statistiche sulle ore di lavoro giornaliero ci dicono che in media lavorano molto di più degli uomini e quindi anche più velocemente. Non si parla più di rispetto di tempi della persona ma abbiamo inventato una nuova terminologia: la ‘conciliazione’ dei tempi.
E’ il grande problema di tutti e delle donne in particolare. Dovendo vivere più giornate in ventiquattro ore, dovendo accumulare una serie di obblighi e responsabilità, le donne sono costrette ad agire e pensare con grandissima velocità e si infilano in un tunnel in cui perdono l’intensità delle relazioni e degli eventi che vivono, per non parlare della salute. Arriva un momento in cui le energie finiscono e le donne si trovano sole; dovrebbe esserci allora un tempo del recupero che spesso viene però negato.
I tempi delle donne in effetti sarebbero ‘tempi lenti’. Mi riferisco ai nostri ritmi fisiologici, ad esempio il ciclo mestruale che è scandito da una durata prestabilita o il momento della gravidanza che è il ‘tempo lento’ per eccellenza in cui avvengono dei processi straordinari che solo in quel periodo possono accadere.
E’ vero anche se ultimamente anche questi processi sono sempre più ravvicinati, proprio per la vita che viviamo, con conseguenze facilmente immaginabili anche sulla salute. Un conto è scrivere un articolo rapidamente o andare a fare la spesa di corsa ma quando è il nostro stesso corpo ad essere preso dalla velocità i disturbi riguardano il livello fisico e fisiologico.
C’è poi la contraddizione tra il tempo che viene vissuto velocemente e i nostri corpi sui quali vorremmo cancellare i segni del tempo passato.
E’ un fenomeno molto comune che si verifica perché siamo schiacciati dalle ingiunzioni contraddittorie. Da un lato siamo indotti ad agire velocemente e dall’altro ci viene trasmessa la necessità di fermare il tempo sull’unico punto sul quale invece bisognerebbe lasciarlo passare, cioè l’immagine del proprio corpo. Da un lato bisogna seguire il corso delle cose senza mai ‘perdere’ il tempo e dall’altro c’è l’obbligo contraddittorio di fermare il livello fisico, di non tollerare i segni del tempo. Ciò è impossibile; si corre per bruciare le tappe come se non fossero mai state attraversate e si vuole restare fermi come in una foto istantanea.
La filosofia, che è la sua passione e la sua professione, ha bisogno di una riflessione che passa obbligatoriamente attraverso la lentezza del pensiero. Come vive lei, che è una donna dinamica e perfettamente integrata nel nostro sistema di vita, questa dicotomia.
Vivo questa dualità in maniera difficile ma ho cercato di trovare una soluzione è che è quella della divisione del tempo. Ho creato un tempo differente per me in cui leggo, rifletto e scrivo, in isolamento; è uno spazio personale completamente separato dal momento ‘dell’attività’ in cui insegno, faccio conferenze, viaggio. Nel mio ‘isolamento,’ non rispondo al telefono, non apro le e-mail, non mi rendo disponibile per convegni e dibattiti perché ci sono periodi dell’anno in cui cerco di ritirarmi per poter riflettere. Ciò mi è necessario perché altrimenti non avrei la possibilità di pensare, di approfondire determinati temi. Questo isolamento mi permette, negli altri momenti, di vivere in contatto più stretto con il mondo. In fondo questa ‘teoria’ dei tempi ‘differenti’ c’è sin dall’Ecclesiaste che dice “Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire…”. La scansione del tempo esiste da sempre, quello che abbiamo perso è la possibilità di avere ‘tempi diversi’. Vogliamo fare tutto nello stesso momento, e questo è il problema. Dobbiamo rassegnarci all’impossibilità di conciliare tutto. Anzi, penso che l’idea della conciliazione sia profondamente sbagliata perché bisogna poter avere la possibilità di vivere pienamente i tempi diversi.
Ci sono dei luoghi privilegiati che l’aiutano ad ‘isolarsi’.
Quando si tratta di scrivere non c’è per me spazio migliore che quello della mia casa. E’ il luogo in cui lavoro, scrivo e penso perché mi da la possibilità di isolarmi dal mondo ma di avere tutti gli strumenti che mi permettono l’elaborazione. Quando ero giovane passavo molto tempo in biblioteca adesso preferisco comprare i libri, anche se sono molto cari e occupano tanto spazio, e, nella mia casa, interagisco con i libri e con le idee.
Cosa rappresentano per lei le vacanze?
La vacanza è per me un ulteriore altro tempo in cui né faccio, né penso. E’ il tempo della ricarica in cui mi dedico ai miei familiari.

(18 Luglio 2011)

All'inizio erano le madri.Intervista a Luciana Percovich

Solo la trasformazione dell'immaginario può rompere gli schemi interpretativi esistenti e farci rinominare la realtà.

Tra la confusione del vivere in uno spazio e in un tempo che non sentiamo più adeguati a rispondere alle domande di senso sulla nostra umanità e il cammino per cercare di intravedere una realtà che ancora non conosciamo, abbiamo fatto una chiacchierata con Luciana Percovich, docente della Libera Università delle Donne di Milano, appassionata di sacro femminile e pioniera della riscoperta delle radici femminili nelle civiltà storiche.
“Non uso mai il termine matriarcato; penso provochi una reazione di rigetto perché percepito come ‘società in cui comandano le donne’; ossia una società fondata sulle stesse strutture del patriarcato ma in cui il potere è in mano alle donne. E questo anche se l'etimologia del termine matriarcato ci riporta piuttosto a mater (madre) e arché (inizio) e la sua corretta interpretazione sarebbe ‘all'inizio erano le madri'.”
Che cosa si intende allora per società matriarcali o matrifocali, matrilineari?
Le società matriarcali, matrifocali o matrilineari hanno alla loro base dei clan o famiglie allargate il cui punto di riferimento è l'anziana della famiglia. Generalmente in questo tipo di organizzazione sociale c’è una condivisione delle proprietà e dei mezzi di produzione o comunque il passaggio di questi beni avviene per via femminile. I grandi vantaggi di queste società, detti in termini sintetici e prendendo a paragone il nostro presente, consistono nel fatto che le figlie non sono costrette ad abbandonare la famiglia materna, non ci sono problemi di gravidanze indesiderate, di figli illegittimi, di depressione post-partum, di aborti, perché bimbi e bimbe sono sempre bene accetti, e l'allevamento viene fatto oltre che dalle madri dalle sorelle e dalle nonne. Gli anziani sono curati e godono di grande rispetto. I maschi hanno prevalentemente il ruolo di ponte con l'esterno e la figura maschile per i bambini non è quella del padre biologico ma quella dei fratelli della madre.
In genere però queste strutture sociali appartengono alla preistoria, dal Paleolitico all’età del Bronzo. Quali sono i passaggi che ci hanno fatto abbandonare questo tipo di struttura sociale ed approdare a quello che chiamiamo il patriarcato? E perché è così difficile liberarci dal patriarcato?
Il processo di trasformazione dalle culture matrifocali al patriarcato è durato qualche millennio, perché ha incontrato non poche resistenze. Si è trattato di una guerra combattuta sia con le armi che con i miti e i simboli, per realizzare una rivoluzione nell'immaginario simile a quella che anche ora è necessario fare. L'immaginario infatti dà forma alla dimensione più profonda dell'umano, dove trovano risposta le domande fondamentali sul senso della vita e orienta, spesso inconsapevolmente, le nostre azioni.
I sistemi patriarcali, per riuscire a imporsi, hanno dovuto sopprimere o capovolgere la sapienza millenaria delle società matrilineari, hanno s-naturato le simbologie del passato, colonizzandole con valori diversi, basati sulla lotta contro la madre e contro la natura, viste solo come risorse da dominare e sfruttare. Dall'Illumismo in poi, inoltre, le idee di riforma o di rivoluzione delle società si sono basate sul presupposto che bastasse cambiare i rapporti sociali di produzione per provocare il cambiamento. Ma ogni progetto di società che consideri la vita spirituale delle persone e le religioni solo come sovrastrutture è destinato a fallire miseramente, come anche la storia del ‘900 lo dimostra.
Cosa ci possono dire questi modelli del passato?
Che dobbiamo rinunciare alla logica della gerarchia e dello sviluppo, inteso come una linea retta, e recuperare la dimensione circolare e ciclica. I modelli patriarcali che, dal punto di vista temporale sono venuti dopo alle precedenti società matrifocali, non rappresentano di fatto una ‘evoluzione' o il ‘progresso’, semmai il contrario. La sapienza dei primi miti racconta come la creazione non sia un gesto avvenuto all'inizio del tempo, una volta per tutte, ma che il principio di creazione viene rimesso in moto tutte le volte che, attivamente, l'umanità riesce a stabilire rapporti di equilibrio anziché di sopraffazione o sfruttamento.
Le società del passato possono costituire un modello non nella riproposizione di un ordine sociale estinto ma contribuendo a spezzare quell'immaginario negativo che è stato loro calato addosso e riportando alla luce l'idea dell'equilibrio, tra umani e natura e tra esseri viventi tout court. Le culture matriarcali non sono obnubilate dall'idea dello sviluppo, del progresso, dell’altrove come meta; nel ‘qui e ora' occorre lavorare per creare l’ armonia tra i vari bisogni e dimensioni. Sono società pacifiche, non basate sulla competizione e sull'accumulazione; hanno molto presente il senso del limite.
La Dea Madre rappresentava proprio questo principio regolatore e ciclico, non era tanto il femminile inteso come corpo che dà la vita, ma era soprattutto considerata come Colei che dà le regole, le forme attraverso cui una società possa svilupparsi in armonia. Con l'irruzione del Dio monoteista, esterno alla creazione, si ruppe questa visione del ‘divino nella natura’, introducendo svalutazione e controllo su tutto ciò che è materia e corporeità, proprio la visione che oggi ci mostra evidenti tutti i danni che ha prodotto.
C’è un’esperienza molto attuale, quella delle nuove costituzioni di Bolivia ed Ecuador che hanno messo nel loro prologo il principio del Sumak Kawsay, parola quechua traducibile come 'buon vivere' inteso come capacità di vivere in armonia con il mondo circostante, natura ed esseri viventi. Il Sumak Kawsay è un principio generatore, da cui scaturiscono i criteri alla base del patto sociale, e ordinatore, da cui derivano le norme che regolano la convivenza. E' un esperimento interessante perché, portato avanti a livello statuale pur con grandissime difficoltà, propone la ricerca di un modello alternativo.
Esperienze come quelle a cui ti riferisci sono fondamentali proprio perché, pur con le grandi difficoltà che incontrano nella loro attuazione, vanno nella direzione di suscitare delle visioni alternative e provocare uno strappo nell'immaginario. La stessa rottura è stata operata, in senso contrario, quando al concetto di Dea Madre si è sostituito quello di Dio Padre. La Dea Madre rappresentava quel principio generatore e regolatore; Dio Padre ha introdotto e sostenuto invece le istanze di controllo e di dominio su tutto ciò che è materiale, corpi, piante, natura.
Una sorta di sorveglianza che rompe l'autonomia e il vivere in armonia di quei corpi. Questo mi sembra uno dei tratti fondamentali di ciò che ancora oggi, in maniera sempre più marcata, stiamo vivendo: il biopotere.
Certo, questa è la hybris del pensiero occidentale, e del pensiero scientifico in genere, che sembra voler dire alla natura: “Tu sbagli. E’ l’uomo/dio che dà i modelli e se ne sei fuori, sei espulso dal biopotere”.
Le donne hanno recuperato la dimensione della sacralità perduta e il legame con il tempo della matrifocalità attraverso alcuni gesti quotidiani; ma incentivando il genere femminile a potenziare questo modello non si rischia di marginalizzarlo ancora di più?
Il problema non è la marginalizzazione ma il saper mettere in discussione in maniera profonda la sensatezza dei modelli patriarcali. Quando ciò avviene, non si ha più il desiderio di lottare per guadagnare un posticino all'interno di questo sistema proprio perché lucidamente se ne vede la perfetta follia. Mentre diventa fondamentale il gesto di ricentrarsi su di sé in quanto donne: è un atto fondativo che restituisce senso e fa cambiare la percezione di ciò che abbiamo intorno e introiettato dentro di noi. Significa liberarsi dalle dipendenze e osservare con distacco ciò che ci circonda. Si tratta di spostare completamente la centratura della società da un mondo basato sui valori maschili della competizione e del consumo per entrare invece nella dimensione della relazione con ciò che ci circonda e con i nostri limiti. La preoccupazione di autoemarginarsi è propria di chi investe ancora molto sulla politica tradizionale.
Che senso ha un gesto individuale? Il percorso verso il cambiamento non dovrebbe essere fatto in forme di partecipazione che siano anche collettive e che prendano forma insieme ad altri?
Sono molte le persone che si stanno ponendo queste domande. In questo momento, non sentiamo la necessità di renderci visibili più di tanto: da una parte perché ciò che è visibile viene rapidamente fagocitato e trasformato in merce, e dall'altro perché siamo in una fase di ricerca, di sperimentazione. Si tratta di modificare gli obiettivi di una comunità ma anche le modalità di relazione tra gli individui. Tutte cose che nel mondo della politica tradizionale sono impraticabili.
Siamo in transizione tra un modello che non è più adeguato e un divenire che ancora non c'è. Dobbiamo ripensare e rinominare una realtà che ancora non conosciamo. Quali sono le pratiche che ci possono orientare in quest'epoca di cambiamenti?
Innanzitutto sarebbe importante riportare il sacro nel quotidiano per ridare valore a tutto quello che prendiamo nella relazione con la natura, per renderci conto che non può andare avanti il saccheggio dell’acqua, dell’aria, delle piante e degli animali. Che il lavoro non ha come scopo unicamente la produzione di denaro, ma che è un modo per manifestare le nostre potenzialità creative. Poi condividere e praticare modelli di relazioni rituali che restituiscano a ciascuna/o la propria ‘anima’ e ci permettano di rimetterci in sintonia con i ritmi delle stagioni, del nascere-crescere-invecchiare-morire, e quindi tornare ad una dimensione che è altro dal tempo lineare. I gruppi lavorano in cerchio, creando consapevolmente uno spazio extra-ordinario che permette di stabilire relazioni diverse tra le persone, lontane dai modelli della gerarchia e del dominio. Per cambiare occorre lavorare su di sé e insieme alle altre/i.

(20 Giugno 2011)

Rivoluzionare la scienza. Intervista ad Elisabetta Donini

Definire il complesso rapporto tra donne e conoscenza scientifica.



Fisica critica e storica delle scienze Elisabetta Donini fa parte del Cirsde - Centro Interdipartimentale di Ricerche e Studi delle Donne dell’Università di Torino. Si è occupata di politica della diversità, relazioni attraverso i conflitti, costruzione di culture di pace, cura dell’ambiente, critica dei modelli di sviluppo. Le abbiamo chiesto di parlarci del rapporto tra donna e scienza, e in particolare, nel tentativo di rompere i paradigmi conoscitivi dominanti, della possibilità di un'autonomia del genere femminile nei modelli scientifici.
Lei ha dichiarato: “Non desidero affatto che ci siano più donne, ragazze, bambine, educate all'entusiasmo della scienza, se simultaneamente non si riesce a cambiare cosa significa conoscenza scientifica”. Ci spiega meglio cosa intende?
Credo che occorra distinguere tra due modi principali di porre il problema: l’uno si articola come una questione di “donne e scienza” e mira a far cadere gli stereotipi e i vincoli socioculturali che per secoli hanno ostacolato, se non impedito, l’accesso delle donne al mondo della conoscenza scientifica. L’altro parla invece di “genere e scienza”: attraverso l’analisi delle caratteristiche di oggettività e universalità ascritte alla scienza, intende mostrare che quest’ultima è stata plasmata secondo le forme mentali e le relazioni con il mondo esterno che erano proprie dei suoi “padri fondatori” e che almeno nella storia dell’Occidente hanno connotato l’identità di genere maschile. Come scriveva negli anni ’80 del secolo scorso Sandra Harding, il primo è un approccio riformista: facciamo sì che alle donne vengano riconosciute possibilità pari a quelle degli uomini di essere scienziate. Il secondo è un approccio rivoluzionario: a partire dalla critica di genere sviluppata da tante studiose femministe, mettiamo in discussione che i modi della conoscenza scientifica siano necessariamente quelli affermatisi come tali e diamo invece spazio ad altri processi cognitivi, riconoscendo ad esempio che ogni sapere è non già “oggettivo”, ma “situato”, nel senso che dipende dal punto di vista da cui si colloca il soggetto; oppure rinunciando alla pretesa del distacco tra soggetto e oggetto, per valorizzare piuttosto le relazioni di interdipendenza. Sono queste le trasformazioni cui mi parrebbe importante che si dedicassero le donne interessate alla scienza, anziché premere per un più largo accesso alle professioni scientifiche, accettandole così come oggi sono modellate e conformandosi ad una impostazione che storicamente è stata segnata dalla dominanza del maschile. Già Virginia Woolf scriveva che “la scienza a quanto pare non è senza sesso, è un uomo, un padre e per di più infetto”.

Le tecniche di manipolazione genetiche e in particolare le tecnologie legate alla procreazione sono un campo in cui il dominio scientifico maschile si esercita sulle donne e sulla natura; in particolare sul rapporto tra donna e natura. Che impatto ha questo sull'identità femminile?

Tutta la scienza moderna, sin dalle sue origini tra ’500 e ’600, è stata costruita in funzione non soltanto della conoscenza, ma anche dell’intervento sulla natura, per assoggettarla al dominio dell’uomo, come scriveva esplicitamente Francesco Bacone. Oggi tale processo ha raggiunto forme sempre più spinte e quelle contemporanee sono opportunamente chiamate tecnoscienze, proprio perché tendono a manipolare per trasformare, assai più che a osservare per conoscere e i loro oggetti di studio sono degli artefatti, piuttosto che delle entità date in natura. La sostituzione dell’artificiale al naturale riguarda ormai anche gli organismi umani, lungo una strada che coinvolge donne e uomini, sia come soggetti sia come oggetti delle sperimentazioni. Certo, nel caso della procreazione tecnologicamente assistita è l’identità di genere delle donne quella che ne risulta più profondamente toccata, perché rende la maternità un processo di produzione cui concorrono molti attori (e attrici: sono numerose le ricercatrici e le ginecologhe che si occupano di fecondazione artificiale). Penso che questo incida sul rapporto tra donne e natura, contribuendo ad esaltare quel porsi in atteggiamento di dominio e manipolazione che – come già accennavo – è caratteristico dell’intreccio tra le scienze moderne e contemporanee e l’identità di genere secondo cui si è forgiato il maschio-occidentale-bianco. A mio parere, che vi siano donne che fanno proprie queste modalità rientra nel più vasto problema dell’egemonia esercitata dalla linea di sviluppo che è riuscita a prevalere sino a globalizzarsi, affermandosi come univocamente necessaria (e per ciò stesso giusta: il rapporto tra scienza e società è impregnato di giudizi di valore).

Le donne che fanno riferimento ad un movimento di trasformazione dell'esistente hanno qualcosa da dire sulla scienza? Come si costruisce l'identità di genere delle donne nel mondo scientifico?
“Cambiare il mondo” era il cuore del progetto neofemminista della seconda metà del ’900 e il movimento delle donne ha generato filoni di riflessione, critica e azione nei campi più vari, compreso quello della scienza, in quanto nella generale presa di coscienza della differenza di genere anche la scienza venne riconosciuta nella sua essenza non-neutra. Di qui, però, non segue automaticamente che le donne che si dedicano a un lavoro scientifico esprimano modi di conoscenza diversi da quelli dei loro colleghi; anzi, il fatto stesso che permanga il modello epistemologico secondo cui il sapere scientifico, poiché oggettivo, non dipende da chi lo produce, dovrebbe rendere irrilevante la circostanza che si tratti di donne o di uomini. C’è dunque una forte pressione a conformarsi; d’altro canto, ci sono anche le situazioni concretamente vissute e i rapporti di potere: è soprattutto nel rivendicare i propri diritti di parità che varie scienziate pongono il problema nei termini di quell’impostazione riformista che ho descritto sopra come “donne e scienza”. Tuttavia, in alcune discipline, scienziate intenzionalmente partecipi della critica femminista hanno avviato anche qualche cambiamento rivoluzionario: a fine ’900, nel suo Has Feminism Changed Science? Londa Schiebinger ha riportato casi interessanti in medicina, biologia, primatologia.

(giugno 2011)

Mapuches. La gente della terra

Un popolo di resistenti diviso tra due paesi. Una donna, Capo politico, che ha messo la lotta al primo posto

 
 
La storia di Lonko (che nella lingua dei mapuche significa Capo) Juana Calfunao, leader di una comunità Mapuche del Sud del Cile, è molto simile a quella di tantissimi indigeni appartenenti a questa nazionalità che, nell'opposizione ai governi, soprattutto quello argentino e cileno, che di fatto non riconoscono l'autonomia dei loro territori, sono da anni in lotta e spesso finiscono in carcere. Anche Lonko Juana Calfunao ha conosciuto varie volte il carcere, la tortura, gli abusi, come ci racconta in questa intervista; siamo riusciti a contattarla durante un suo soggiorno in Svizzera dove si è recata, in libertà provvisoria, per rivedere sua figlia, di soli 13 anni, che ha ricevuto asilo politico nel paese elvetico e che non vedeva la madre da 4 anni.

Chi sono i mapuche e cosa chiedono come popolo?
Siamo un popolo originario che ha vissuto da più di 3000 anni nel territorio adesso compreso tra Cile e Argentina. Il nostro territorio è riconosciuto come terra dei Mapuche da trattati e accordi che abbiamo sia con l'Unione Europea che con lo stato cileno. Il Cile non rispetta questa patti ed è entrato con violenza nelle nostre terre; questo ha scatenato un grande conflitto, che è ancora in corso. Noi non accettiamo la presenza di imprese multinazionali che stanno sfruttando le nostre risorse naturali e inquinando i nostri territori. Alla nostra resistenza il governo cileno risponde con l'incarcerazione del nostro popolo.

Lonko Juana, lei è un capo politico nella sua comunità. Ci può spiegare come svolge questo ruolo, anche come donna?

Sono orgogliosa che la mia comunità mi abbia scelto come leader e voglio ricordare che i mapuche sono un popolo che ha una mentalità molto aperta e che già secoli fa ci sono state donne che sono arrivate ad incarichi di prestigio, anche più di me. Io mi sono distinta in questo incarico per la tenace e strenua resistenza che ho esercitato verso lo stato cileno: sono stata incarcerata e torturata; ho subito abusi e vessazioni come persona, come donna e come autorità politica. Ma non sono pentita né ho rammarico per nulla perchè so che sto difendendo una cultura e il diritto all'esistenza di un popolo. Essere Lonko è un incarico importante e delicato del quale vado fiera e che esercito per volere e per la difesa della mia gente.

Il suo impegno politico ha avuto ripercussioni forti su tutta la sua famiglia. Lei si trova in Europa per rivedere sua figlia. Come è stato questo incontro e cosa significa per questa ragazza vivere lontana dalla sua terra e dalla sua famiglia?

E' una situazione molto difficile. Sono stata costretta a mandare mia figlia fuori dal paese perchè era per lei troppo rischioso rimanere. Nel momento in cui ci siamo riviste mia figlia ha avuto uno shok emotivo e siamo stati costretti a ricoverarla in un ospedale di Ginevra. E' in cura con un medico che si è occupato di persone che hanno subito o hanno assistito a torture. Lo stato cileno ha distrutto completamente la mia famiglia; questi gravi avvenimenti sono accaduti durante il governo di Michelle Bachelet.

Il 24 marzo lei è stata ricevuta e ha parlato durante una seduta del Parlamento europeo a Bruxelles. Cosa ha raccontato e cosa ha chiesto in quell'occasione?
Ci sono stati due eventi all'interno del Parlamento. Prima un incontro con Michelle Bachelet nel contesto di una riunione che aveva come argomento le politiche verso le donne. Ci siamo incontrate in un corridoio e ci siamo salutate da pari a pari; anche io infatti sono un'autorità politica. In questa occasione le ho ricordato che se avesse messo in pratica in Cile le belle parole pronunciate durante il suo discorso i mapuches, e io stessa, non avrebbero sofferto le violazioni che continuamente patiscono. Michelle Bachelet è una donna che è stata torturata e che si è traformata in una torturatrice.
Nella seduta del parlamento, durante la quale ho tenuto un lungo discorso, ho chiesto all'Europa un pronunciamento forte sulle violazioni delle multinazionali nel nostro territorio e che sanzioni lo stato cileno per il mancato compimento dell'accordo 169 dell'OIT – Organizzazione Internazionale del Lavoro, convenzione internazionale dedicata ai popoli indigeni, la più importante mai elaborata in difesa dei loro diritti.


Il termine Mapuche deriva dalla fusione di due termini: Che, gente e Mapu, terra, gente della terra e si riferisce agli abitanti originari del Cile Centrale e Meridionale e del Sud della Argentina. In spagnolo sono anche indicati come araucanos (Araucani). Secondo i dati del censimento del 2002 sarebbero 604.349, vale a dire il 4% della popolazione Cilena, mentre circa 300.000 vivono sull'altro versante delle Ande, in Argentina. La resistenza di questo popolo in difesa delle proprie radici continua, soprattutto contro le multinazionali (tra cui la Benetton), che operano su territori legati alla tradizione spirituale Mapuche, e contro le leggi anti-terrorismo nate durante l'epoca della dittatura di Pinochet e che invece vengono ancora usate, di frequente, contro i capi della comunità Mapuche.

Per seguire le vicende del popolo Mapuche: www.ecomapuche.com

(30 Maggio 2011)

L’orgoglio del maschio fra paura e mistero. Intervista ad Eduardo Galeano

Visioni maschili

 
 
Un narratore, un visionario; uno che ci ha raccontato che l'utopia serve non tanto a realizzare un sogno o un'idea ma a farci continuare a camminare.
Non uno storico, né un sociologo, non un antropologo, né uno psicanalista; per discutere delle relazioni uomo-donna e verificare se davvero esiste una 'questione maschile' abbiamo scelto di parlare con Eduardo Galeano, scrittore capace di trascinarci nei meandri dei sogni più reali e delle realtà più magiche nel modo più potente e eversivo, come i grandi narratori latinoamericani ci hanno insegnato.

Il tema della prostituzione, fenomeno antichissimo, è scoppiato nuovamente in Italia con lo scandalo sessual-politico che ha coinvolto il Primo Ministro. Le donne e il loro comportamento sessuale e sociale sono sempre protagoniste quando si affronta questo fenomeno ma in realtà la prostituzione chiama in causa, o almeno dovrebbe farlo, ancora di più gli uomini, in quanto clienti. Da tutta questa situazione percepisco un'incapacità dei maschi di gestire in maniera paritaria la propria sessualità e le proprie relazioni con le donne. É proprio in questo senso che le chiedo se esiste una 'questione maschile'?

Chissà se il fatto di comprare una donna, anche sapendo che è una menzogna, anche se solo per un momento, non permetta a certi uomini di credere di salvarsi dalla 'paura' esistenziale che li assilla. Se lei è un oggetto, una 'cosa' che si può acquistare, o almeno affittare, smette di essere un pericoloso mistero. In questo mistero che sfugge alla comprensione risiede il nucleo di quella che tu chiami la 'questione maschile'.

Questa incapacità di gestire il 'mistero' scatena spesso la violenza...
Ecco perchè la violenza si moltiplica in tutto il pianeta, includendo, ovviamente, anche quei paesi che si autodefiniscono civilizzati. E gli uomini che uccidono dicono, o pensano: “L'ho uccisa perchè era una cosa mia”, utilizzando così anche la più ripugnante espressione della proprietà privata. Nemmeno l'uomo più virile ha l'onestà di confessare: “L'ho uccisa per paura”. Questa è la verità, occulta, umiliante per l'orgoglio del maschio dominatore e per tutto il suo sistema di simboli di potere: falli, missili, lance. Questa è la verità: la paura del maschio di fronte alla donna senza paura.

Questa paura di cui lei parla, ci dice che l'identità maschile è sempre più in crisi. Gli uomini sembrano bloccati nei loro ruoli tradizioni e in stereotipi che non corrispondono affatto ai loro reali bisogni e sentimenti. Ma da dove ha origine?

Uno dei miti più antichi e universali, che ritroviamo in luoghi anche molto distanti tra di loro, è il mito della 'vagina dentata': è presente in Scandinavia così come nel bacino amazzonico. Gli uomini temono che la donna sia il luogo in cui si entra ma non si esce, o perlomeno non si esce interi, uguali a prima. Io non credo nel racconto dell'invidia del pene, il mito che Sigmund Freud ha inventato per consolare noi uomini. Credo però nel mito della 'vagina dentata': leggenda che descrive e simboleggia il panico che noi maschi sentiamo di fronte al mistero che rappresenta la donna nell'atto sessuale. Nel momento in cui torniamo alle origini, in cui entriamo nel luogo da cui siamo venuti al mondo si affollano le domande: torneremo interi? Dove ci porterà questa selva impenetrabile che crediamo di poter penetrare? Saremo gli stessi dopo? Conserveremo la nostra integrità o ci faremo cambiare per sempre dall'incontro? La femmina che il maschio vorrebbe mangiare è la femmina che lo mangerà.


Finestra su una donna
Quella donna è una casa segreta.
Nei suoi meandri conserva voci e nasconde fantasmi. Nelle notti d'inverno riscalda. Chi entra in lei, dicono, non ne esce mai più. Io attraverso il profondo fossato che la circonda. In quella casa verrò abitato.
In lei mi aspetta il vino che mi berrà.
Molto dolcemente busso alla porta e aspetto.

da "Parole in cammino" di Eduardo Galeano
(11 Aprile 2011)

Rom e artigiane. La relazione e gli affetti

L'esperienza di lavoro del gruppo di donne 'Insieme Zajedno'

 
Durante la guerra della ex Iugoslavia, negli anni ’90, un gruppo di donne romane si impegna nel sostegno ai bambini bosniaci e alle loro madri, sfollati nei campi profughi della Slovenia: un impegno che oltre al contributo economico creò dei legami di affetto e di amicizia molto forti. Con la fine della guerra i profughi rientrarono nei loro paesi ma l'impegno nel cercare la relazione di quel gruppo di donne non si è fermato. Nasce così, nel 1998, 'Insieme Zajedno', un'associazione dedicata all’infanzia e alle donne più deboli per offrire un aiuto concreto, dignità, giustizia sociale e diritti umani. L’esperienza di Insieme Zajedno, iniziata in Bosnia Erzegovina, e poi consolidata attraverso progetti in Macedonia, in Kossovo, in Moldavia, in Iraq, dal 2006 si è trasferita a Roma dove, nel cuore di San Lorenzo è nato il 'Laboratorio Manufatti delle Donne Rom', progetto di microcredito per l’auto-impiego di donne rom attraverso la realizzazione di accessori originali per l’abbigliamento e la casa. Un luogo che offre ad un gruppo di rom bosniache la possibilità di lavorare ma non solo. In uno spazio che colpisce per il suo tocco 
 
 
tipicamente femminile, ogni mattina Cristina, Renata, Francesca e Dzanuma, tirano su la serranda e si dedicano al cucito, antica arte che ci riporta all'intreccio di legami, al mettere insieme, alla creazione. Nei locali, arredati a misura di donna, si lavora, si mangia, si studia, si crescono i bambini - i due figli di Dzanuma - ci si scambia l'esperienza e si fanno progetti. Il luogo, nato come posto di formazione, è presto diventato qualcos'altro: spazio di aggregazione interculturale dove il lavoro insieme ai formatori ha dato la possibilità di affrontare e condividere le problematiche lavorative, di decidere insieme le strategie economiche, stimolando la socialità e l’integrazione in modo naturale e rendendo più facile anche l’apprendimento della lingua italiana. Il 'Laboratorio Manufatti Donne Rom' si prefigge di diventare un luogo dove 'dal basso' si annulli la discriminazione socio-lavorativa legata al popolo Rom, alle donne Rom in particolare: Renata ha preso la patente e adesso ha una piccola automobile che la rende indipendente, le ragazze stanno cercando una casa, hanno ripreso a studiare, non hanno più come orizzonte unico un marito e i figli e la vita nel campo, Dzanuma ha un lavoro con un contratto a tempo indeterminato. “È stata dura - racconta Cristina
 
 
 
 
Rosselli Del Turco che dell’associazione 'Insieme Zajedno' è colei che vive ogni giorno gomito a gomito con le donne rom - ma i risultati che abbiamo ottenuto sono una grande soddisfazione. Il nostro è un lavoro fatto nella quotidianità e nella condivisione di vita e proprio in questo, credo, risieda il nostro successo. Crediamo nella relazione e negli affetti. È un progetto piccolo che però ha cambiato radicalmente la vita delle persone coinvolte e questo era quello che a noi interessava”. E il successo dell'iniziativa si legge anche nei progetti portati avanti dal gruppo: le stesse donne rom sono diventate formatrici e stanno insegnando il mestiere ad un gruppo di donne somale rifugiate. La sfida per il futuro è l'indipendenza; la creazione di una propria impresa e il confronto con il mercato del lavoro.

Il Laboratorio si trova a Roma in via dei Bruzi n. 11/c, è aperto dal lunedì al sabato dalle ore 9:00 alle 14:00 - tel. 3471580818

Per contatti: crirosse@tin.it
info@manufattidonnerom.it  - www.manufattidonnerom.org
info@insiemezajedno.org  - www.insiemezajedno.org

 

(14 Febbraio 2011)

Raccontare le contraddizioni. Intervista ad Ascanio Celestini

'Il racconto non è solo un modo per tessere la propria storia, ma anche per tesserla con quella degli altri'.

foto di Fabio Zayed


Si parla di memoria e viene subito in mente il discorso pubblico su questa, la sua istituzionalizzazione, l'appiattimento delle emozioni, l'omologazione dei ricordi. Ma la memoria non è statica - come ci racconta Ascanio Celestini in questa intervista - è innanzitutto un'azione, una maniera di costruire la propria identità; per questo non c'è una memoria unica ma tante memorie in contraddizione tra di loro.

Che cosa è e a che cosa serve la memoria?

Mentre la memoria del computer è una cosa che sta in un posto come un libro in una libreria, un oggetto al quale possiamo delegare chiedendogli di ricordare ciò che noi dimentichiamo con la consapevolezza che in ogni momento possiamo tirarlo fuori e leggerne un paio di pagine, la nostra memoria non è né una cosa né un luogo. La nostra memoria è un’azione: ricordare. Non c’è una memoria nobile che riguarda la grande storia e una volgare che ci fa ricordare dove abbiamo parcheggiato la macchina. La memoria, proprio perché non è una cosa, ma un’azione, è tutt’uno col nostro comportamento quotidiano. Noi ricordiamo guardando e camminando, ricordiamo i sapori e gli odori mentre mangiamo e respiriamo. In un certo senso noi siamo la nostra memoria.

Negli ultimi 50 anni la memoria, considerata come possibilità di tramandare la Storia attraverso le piccole storie familiari, è andata scomparendo. Mi spiego meglio: non ci sono più le tradizioni familiari, i racconti dei nonni; forse quella degli attuali quarantenni è stata l'ultima generazione che ha ancora un legame con questo tipo di tradizione e questo senso di identità ed appartenenza. Questa memoria identitaria che passa attraverso il racconto con che cosa è stata sostituita?

Potrei dire provocatoriamente che la memoria scompare perché c’è la scuola. Mio nonno contadino aveva un padrone che gli imponeva di arare un campo, ma quel padrone non aveva la conoscenza per ararlo da solo. Il “saper fare” apparteneva completamente a mio nonno. Oggi un bambino entra a scuola all’età di sei anni, ma spesso già a due anni incomincia a frequentare l’asilo nido. La maggior parte di questi bambini frequenteranno le scuole superiori e molti usciranno dall’università almeno a venticinque anni. In tutti questi anni la famiglia avrà un ruolo importante, ma la fonte del sapere verrà individuata nella scuola. Questo meccanismo inevitabilmente delegittima la memoria familiare che, in confronto alla scuola (e quindi ad una cultura che viene considerata più alta, complessa e ricca di quella familiare) diventa folcloristica e noiosa. Per mio nonno contadino, invece, la scuola era la famiglia e i compagni di lavoro. Non vedeva la memoria familiare come un mondo altro rispetto al resto della sua vita. Altro da se era il padrone dal quale, però, non aveva niente da imparare e alla cui memoria non era per niente interessato.

Sui grandi eventi fondativi del nostro paese (Resistenza, 150 anni dell'Unità) non c'è possibilità di una memoria condivisa; al massimo si può condividere la retorica della memoria in cui il ricordo è cancellato da un generico accomodamento in cui tutti hanno ragione. Perché non c'è possibilità di verità nella memoria della nostra nazione?

Le nostre città sono piene di piazze, scuole e strade intitolate a Mazzini che dallo stato italiano era considerato un terrorista. Per quanto riguarda la resistenza conosco tanta gente che si dichiara pacifista, ma non considera una contraddizione l’ammirazione nei confronti dei partigiani che sparavano e uccidevano. Ovviamente solo la retorica delle parate e dei discorsi ufficiali può mettere insieme queste contraddizioni, ma noi sappiamo bene che le contraddizioni restano anche se vengono negate. In più rispetto alla memoria c’è da dire che non può esistere condivisione perché ognuno di noi ha un punto di vista e una storia personale differente. Proprio perché la memoria è l’atto del ricordare non possiamo servirci di una memoria istituzionale come di una marmellata del supermercato.

La storia ha spesso cancellato il femminile; la memoria, intesa come il racconto orale che costruisce appartenenza, ha invece riscattato le donne. Hai raccontato di tua nonna, che 'faceva i racconti delle streghe' che non erano fiabe ma realtà e possibilità di esplicitare un desiderio altrimenti represso, per la loro funzione di narrare una figura di donna emancipata. Ci puoi dire qualcosa di più su questo?

Sisto Quaranta è uno dei mille rastrellati del quartiere Quadraro di Roma nell’aprile del ‘44. Quando gli chiesi “perché non avete mai raccontato di questo grande rastrellamento?” mi rispose “io l’ho sempre raccontato, ma non sono mica uno scrittore.. faccio l’elettricista”. Per quanto riguarda le donne ci troviamo nella stessa condizione: per secoli alla maggior parte di loro non è stato consentito di uscire dalla cucina se non per andare al bordello. Ma tanto nel bordello che nella cucina le donne hanno continuato a vivere e raccontarsi. Mia nonna raccontava storie di streghe che sembravano fiabe di magia, ma lei le considerava storie vere. La strega nella nostra tradizione non è cattiva, è semplicemente potente. Col suo potere può fare del male o del bene. Tiene nascoste le sue capacità, ma queste la emancipano e la pongono al di sopra degli uomini della sua famiglia e del suo paese. Eppure questa emancipazione non passa attraverso l’imitazione dell’uomo, nel senso che la strega non acquista potere o libertà perché si veste come l’uomo, impara a fare lavori ritenuti maschili o frequenta l’osteria. La sua è una liberazione che resta tutta nella sfera femminile. In un certo senso mia nonna raccontava storie di emancipazione femminile e trovava una sorta di emancipazione nel raccontarle. Non a caso erano storie che una donna raccontava ad altre donne, infatti gli uomini (tranne i bambini) non assistevano mai anche perché mia nonna narrava quasi sempre in cucina, nei giorni di festa durante la preparazione dei pasti.

foto di Fabio Zayed


Ci apprestiamo a celebrare i 150 anni dall'Unità d'Italia. Rischiamo la retorica, rischiamo di riscattare una memoria che sia solo consolatoria e nostalgica. Come si potrebbe lavorare su questo tema del nostro passato?

Raccontando le contraddizioni che sono straordinarie. Per esempio il risorgimento repubblicano ha vissuto un momento entusiasmante nei giorni della Repubblica romana del 1849 e non furono gli austriaci o i borboni a riconsegnare la città al papa che era scappato a Gaeta, bensì i francesi che dai romani erano considerati compagni perché repubblicani. Si racconta che Garibaldi ne arrestò trecento e invece di incarcerarli vennero portati in piazza e festeggiati.

Hai privilegiato, nel tuo percorso, il punto di vista di un'umanità chiusa (sia in senso metaforico che letterale) nelle istituzioni totali (la fabbrica, il manicomio, il call center) in cui il potere detiene l'assoluto controllo dei corpi e delle menti. Possono essere la memoria individuale, il vissuto soggettivo, l'esperienza interiore, attraverso la forma del racconto, una forma di resistenza al potere?

Certamente. Raccontare significa rimettere in fila i frammenti del proprio vissuto e in un certo senso raccontarsi è una maniera per produrre la propria identità. Inoltre il racconto non è solo un modo per tessere la propria storia, ma anche per tesserla con quella degli altri.

(7 febbraio 2011)